LA BELLEZZA DELLE IDEE, LA CONCRETEZZA PER REALIZZARLE

 

In un passato articolo, ampiamente ripreso anche recentemente dai “social media”, Massimo Cacciari, con la consueta capacità di visione che lo contraddistingue, esprime una forte preoccupazione nei confronti di una deriva dialettica della nostra attuale classe politica, che adotta stile e linguaggi che si sperava appartenessero a un passato lontano che, sappiamo, ha procurato solo tragedia e dolore.
Intolleranza, aggressività verbale e fisica, mancanza di accoglienza, rischiano di farci precipitare in un baratro dagli effetti devastanti.
 
Guardando anche e soprattutto ai nostri giovani, Cacciari invoca una cultura “che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri l’ “altro da sé” una risorsa importante giammai una minaccia. (perché) Nell’età delle interconnessioni non c’è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli.”
 
In conclusione, Cacciari lancia un appassionato appello agli intellettuali perché reagiscano con “la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente”.
 
A prescindere dal colore politico dell’Autore e dalle considerazioni partitiche, l’articolo mi sembra ben fatto e condivisibile nella sua impostazione. Suscita sentimenti, emozioni.
 
Tuttavia, a mio parere, il pericolo è proprio questo. Che rimanga confinato nella sfera delle emozioni, delle illusioni, come accade spesso per tante analisi, editoriali, articoli, servizi.
 
Vorrei, allora, prendere spunto dalle idee di valore umano e sociale sottese all’appello di Cacciari per avviare una riflessione che vada oltre l’orizzonte meramente politico e ideale e scenda nella sfera della realtà concreta e feriale in cui quotidianamente dimoriamo e agiamo…
 
Che il bene dell’uomo debba essere sempre al centro delle nostre considerazioni in tutte le attività personali e sociali è un fatto indiscutibile e ben fa Cacciari a mettere in guardia contro le tentazioni che si oppongono alla realizzazione di questo obiettivo.
Tuttavia, il filosofo non ci dice in che modo affrontare questo pericolo e risolvere queste incognite.
 
La lezione della Storia è molto realistica.
 
Le società liberali fino ad oggi, pur con tante buone intenzioni, non sono riuscite a soddisfare le necessità degli uomini.
 
E questo perché al centro di attività ed iniziative, l’obiettivo, il fine, è il perseguimento del proprio interesse, del profitto personale, del proprio “particulare”.
 
Al centro di ogni progetto imprenditoriale non c’è quasi mai l’“Uomo”, ma il proprio tornaconto. Una azienda, si sa, viene formata per dare profitto a chi la fonda.
 
Ma con ciò non dobbiamo puntare troppo il dito.
 
Se abbiamo il coraggio di guardare anche le nostre realtà di lavoratori, pensionati, io stesso ho lavorato per tanti anni, ci rendiamo conto che alla fine quello che ci interessa veramente sono la nostra stabilità, il grado di benessere che abbiamo raggiunto, una certa sicurezza, il fatto che le cose funzionino come, secondo noi, devono funzionare.
E questo vale per ogni attività.
 
Tutti cerchiamo la nostra soddisfazione, che non necessariamente è monetaria; può essere il successo per le persone di spettacolo, il consenso per chi vive nella comunicazione.
Diciamolo, ben poco ci interessa di emarginati, disoccupati, disperati… Titoli di cronaca nei “media” che scappano dopo pochi secondi di attenzione.
 
Esistono è vero, e ben vengano, attività caritative importanti; ma, anche queste spesso rischiano di mancare gli obiettivi che si prefiggono per interessi di parte.
 
Anche la politica ha fallito.
 
Partiti nati con ispirazioni sociali o cristiane non sono riusciti a realizzare le “cose” lodevoli che si proponevano come, un esempio, dare un lavoro a tutti, come recita ed esige la Costituzione, massima espressione della nostra democrazia.
Ma anche il concetto di democrazia, ahimè, è oramai una nozione spesso dai confini confusi.
 
Quante volte, è cronaca di questi giorni, minoranze chiassose vogliono imporre il proprio punto di vista, i propri fini alla maggioranza che li oppone. E lo fanno con la violenza, con il chiasso, la sopraffazione.
 
Fare cultura, come invoca Cacciari, significa “essere” cultura.
Significa vivere nel quotidiano, nelle tante occasioni prossime, piccole o grandi, che abbiamo continuamente.
 
Sono quei piccoli grandi gesti che la carità ci suggerisce.
 
Essere cultura significa “semplicemente”, agire, accogliere.
 
Per noi cristiani ovviamente questo significa “essere cristiani”, vivere alla sequela di Gesù.

 
Solo se agiamo in questo modo scendiamo dalla bellezza, spesso, effimera delle idee alte e ci caliamo nella concretezza della realtà.
 
Perché è solo nella concretezza che viene dalla forza del Vangelo che potremo dare, oggi, una risposta ai tanti quesiti che la società ci impone e creare un argine alla crescente, pericolosa deriva, che stiamo vivendo.
 
Fra Giuseppe Paparone O.P.