La fede in amore
e l’amore in vita…

 

Quand’è che la testimonianza cristiana diventa davvero credibile, capace di far breccia anche nei cuori più lontani da una prospettiva religiosa?
 
Nel momento in cui ha luogo un doppio passaggio:
 
la fede di chi testimonia diventa amore e l’amore si trasforma in vita.
 
Come avviene per Gesù, ma qui l’amore precede, perché egli è già amore, infinito, compiuto; e questo amore lo porta a una fedeltà assoluta al Padre e all’obbedienza perfetta alla storia che Questi gli pone dinanzi, fino al Getsemani e alla croce.
 
Poi, sulla croce si compie anche l’alchimia definitiva e l’amore diventa vita, oltre la morte.
 
Per noi avviene di solito l’inverso: prima ci costruiamo come credenti nella fede, pur illudendoci di saper già amare; poi, nella misura in cui la nostra vita si radica in quella divina, diventiamo partecipi dell’Amore e capaci di vera gratuità. 
 
L’amore, quindi, è autentico solo quando entra nella vita, si fa tutt’uno con la carne e il sangue.
 
Allora, cessa di essere soltanto «fede», attesa e sacrificio, e diventa pienezza, totalità assoluta.
 
Farsi vita vuol dire assumere la carnalità, le potenze che la muovono e la determinano: la sessualità, la volontà al massimo grado di esistere, la bellezza, la corporeità.
 
Su queste dimensioni si muove l’adolescenza, cercandole in modo assoluto e senza compromessi.
 
E a queste istanze umane, originali e ineliminabili, si rivolge la parola di Gesù, la promessa di Dio.
 
L’Antico Testamento esprime ripetutamente, ad Abramo, a Mosè, al popolo dell’esodo, la propria teologia della promessa, rinfrancando gli Israeliti affaticati nelle aride piste del deserto con la visione di una terra in cui scorrono latte e miele.
 
Ma poi, di fronte agli scacchi della Storia, di fronte ai suoi stessi peccati, ecco nascere per il popolo d’Israele una seconda teologia, quella della Legge. Necessaria, perché l’amore che non si rispecchia in una condotta di vita concreta è illusione.
 
Ma il rischio è quando si vuole correre la gara da soli, contando sulle proprie forze, concentrando ogni sforzo nell’adempiere umanamente a una legge morale.
 
Perché allora l’anelito alla pienezza si scontra con i mille divieti, la tensione verso l’assoluto con una casistica di regole che insieme al male fa sfiorire la vita e non genera amore.
 
Per questo viene Gesù, a ricordare che Dio è prima di tutto signore del sabato, che esige misericordia e non sacrificio.
 
Ecco la fede che diventa amore, che si incarna nelle esistenze anche più miserabili: pubblicani, prostitute, lebbrosi, emarginati di ogni tipo, i reietti di ogni epoca.
 
Un amore che riempie la miseria della loro vita, ridà una lucentezza alla patina sordida che la incrosta, riapre prospettive, spiana nuove vie, come annuncia Giovanni Battista.
 
Poco importa di che vita si tratti, ora è ricolma di amore e di grazia, e questo basta.
 
Anche oggi, è l’amore che manca, raro come i fiordalisi e i papaveri nei campi avvelenati dagli erbicidi.
 
Se c’è un malessere in questa generazione, è più che mai la frustrazione per una sete di vita continuamente illusa dalle narrazioni dominanti e che finisce per imboccare vie sbagliate per appagarsi.
 
Come i mendicanti dei Vangeli anche gli uomini di oggi cercano la vita, prima ancora che l’amore.
 
Il miracolo di Gesù è che queste due cose coincidono.
 
Il dito di Dio proteso verso Adamo nella Cappella Sistina di Michelangelo è un atto creatore e insieme effusione d’amore, che perennemente rinnova e rende liberi, perché le nostre adolescenze tardive trovino nell’assoluto la fonte alla loro sete di vita.