La gratitudine, porta aperta per la salvezza…

 

Il racconto dei dieci lebbrosi ci ricorda che la salvezza, prima ancora che ottenere qualcosa da Dio, è una questione di gratitudine.
Quei nove su dieci che non rendono gloria a Dio sono una buona statistica che serve da monito: la porta per giungere a Dio è davvero stretta.
“Ma allora chi si potrà salvare?”
Chiedevano infatti altrove i discepoli, spaventati dalle esigenze del Regno.
Eppure, non è così difficile provare gratitudine, riconoscenza: basta vivere quella dimensione della povertà interiore (spesso compagna di quella esteriore) che è la caduta dei baluardi invincibili che sono le nostre pretese: bastioni inespugnabili a proteggerci spesso dalle minacce e dagli imprevisti della vita, certo, ma anche chiusure impenetrabili che ci allontanano da essa.
 
Si può provare gratitudine solo quando non ci si aspetta nulla e quello che viene riesce ancora a stupirci.
 
Già, lo stupore…
 
Chi lo prova più di fronte a una foglia che si accartoccia ai primi rigori dell’autunno o alla luce calda di un ottobre ancora lontano dalle malinconie dell’inverno?
 
La gratitudine è possibile nella dimensione dell’imprevisto, non trova spazio nelle vite pianificate, nei ritmi da batteria in cui siamo spesso avvinti come polli in attesa di finire sugli scaffali dei supermercati.
La parola gratitudine ha la stessa radice di grazia, è qualcosa che ci viene dato e che riesce ancora a sorprenderci.
 
L’amore non lo creiamo, non lo possiamo scrivere su Outlook come un appuntamento tra i tanti nella nostra agenda, certi che in quel giorno e quell’ora lo vedremo accadere. Sono programmabili in anticipo, ma valgono anche poco.
 
Il racconto dei dieci lebbrosi ci ricorda che dobbiamo cercare le cose che contano: la «gloria» di Dio, che è l’unica possibile su questa terra perché di una natura diversa dai simulacri che ci ammaliano con il loro fugace apparire e dileguarsi.
 
I nove lebbrosi si dimenticano di ringraziare perché hanno già ricevuto la piccola gloria che cercavano.
 
Quante volte noi uomini religiosi ci pieghiamo a implorare Dio per un nostro bisogno e, soddisfatto quello, passiamo a chiedere altro.  
Ma Dio, che ci ama, chiede a noi di alzare lo sguardo, di guardare alla maestà da cui il dono proviene.
 
Questo è dimostrare gratitudine: io sono grato a una persona che amo se dietro il suo gesto per me intravedo la sua gloria. Se sono ancora capace di avere occhi per aspettare e vedere, di lasciare che la vita si compia, che l’amore sgorghi da qualche parte, come un rivolo sotterraneo che fuoriesce nei tempi e nei luoghi imprevisti. Solo allora, con il curato di campagna di Bernanos, potremo dire «tutto è grazia» e correre dietro a Gesù che ci ha liberato dalla lunga notte della nostra lebbra.