IL DOLORE…

 

Quasi tutte le cose, se non sono meri oggetti, hanno un contrario, una loro reciprocità, il dolore no.
 
Non soffrire, infatti, non è un opposto, semplicemente è qualcosa che non accade.
 
Questo dovrebbe farci riflettere su come sia qualcosa di imprevedibile, fuori dall’ordine naturale del mondo. In effetti, il dolore è la spia di un male, nascosto o palese, fisico o metafisico. Quando qualcosa non va ecco il dolore: una perdita, una malattia, una sconfitta, un amore spezzato…
 
Il dolore è come il grido del mondo nella notte buia, la cometa che attraversa un cielo senza stelle. Sembra cinico e ipocrita dirlo, ma c’è tanta bellezza anche nel dolore: c’è la nostra dignità di uomini, ferita e calpestata, che si erge e tiene alto lo sguardo.
 
È il grido che denuncia la nostra mancanza, il nostro essere solo una parte di qualcosa che sembra non ricomporsi mai. Per questo è l’atto più religioso che possiamo offrire a Dio, l’offerta che misura la distanza infinita tra la nostra umanità e la sua incommensurabile trascendenza.
 
Anche il peccato è una forma di dolore, anch’esso è un disordine della nostra natura che a sua volta produce sofferenza. Ma qui non c’è bellezza o verità, ma disarmonia, illogicità, mancanza di un senso e di un fine.
 
È un soffrire che non possiamo sublimare perché non c’è nulla che lo assuma e lo trasformi. È come materia inerte e improduttiva, destinata a essere messa da parte e calpestata.
 
Però quando il peccato si rivela per quello che è, quando affiora alla coscienza senza più maschere o infingimenti, ecco il miracolo: si trasforma anch’esso in dolore.
E da ghigno maligno diventa urlo liberante, da architetto di morte diventa costruttore di vita. Tutto si trasforma e prende senso. E diventa anch’esso appello gradito a Dio.
Perché, in definitiva, quello che Lui vuole da noi è il coraggio di non accontentarsi mai, di non rinunciare a priori alla vita, quella vera, non la sua opaca controfigura che coincide con l’affannarsi per la sopravvivenza.
 
Vuole che vivo e forte si sprigioni il desiderio, letteralmente la nostra assurda pretesa di guardare alle stelle e non al fango che ci insozza. E vuole che questo grido sia puro, che raccolga ogni piccolo frammento della nostra esistenza.
 
Che sia il grido di Giobbe che si perpetua in ogni generazione.