La vita oltre la morte
(e il Covid-19)

 

Si levano in questi giorni di paura e dolore voci che chiedono che ne sia di Dio in un evento che colpisce con la morte migliaia di persone, vicine e lontane, in tutto il mondo.
 
E, allora, c’è chi vede nella scienza, in particolare nella medicina, l’unica risposta sensata e concreta al diffondersi del male, chi denuncia un vuoto di presenza e testimonianza della Chiesa, rievocando le epidemie del passato come quando il cardinal Carlo Borromeo percorreva le vie di Milano il 3, 5 e 8 ottobre di quel terribile 1576, l’anno della peste chiamata poi “di San Carlo”, chiedendo la penitenza e amministrando Sacramenti, fin dentro le case.
 
Oggi, la sensibilità è cambiata, ma le testimonianze di alcuni pastori, a partire da papa Francesco, con i suoi ripetuti interventi e la concessione dell’indulgenza plenaria Urbi et orbi, o dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, in visita ai malati negli ospedali e nelle case di riposo della città, sembra riflettere la stessa tensione della Chiesa verso una «prossimità» a chi soffre, ovunque sia e a prescindere dalle convinzioni umane e religiose.
 
Ma la domanda di fondo rimane: che ne è della Fede in un clima di sfiducia, di sgomento nel quale il solo rimedio efficace sembra l’attività eroica del personale sanitario e la disponibilità di tamponi, mascherine e altri strumenti di ausilio medico?
 
Che cosa ha da dire il cristiano in questo squassarsi delle certezze umane, al di là di implorare – giustamente – la misericordia del Cielo e testimoniare la vicinanza a chi è più colpito dalla malattia?
 
Per noi credenti, questa non può essere l’unica prospettiva; forse, serve guardare alla realtà da un punto di vista diverso, che è quello di Gesù dalla croce.
 
È nel mistero della croce che noi possiamo misurarci con la realtà cercando di abbracciarla nella sua totalità, senza distinguere ed etichettare il bene e il male secondo la nostra prospettiva umana.  
Una prospettiva, quella della croce, che ci dice, innanzitutto, che la morte è parte integrante della vita, che c’è sempre stata ed ha sempre mietuto le sue vittime, in ogni tempo.
 
Quello che ci colpisce oggi non è la morte in sé, come idea vaga e costantemente rimossa dalla coscienza, ma, appunto, la sua vicinanza, la possibilità che oggi, e non in un lontano futuro a cui evitiamo in ogni modo di pensare, possa bussare alla nostra porta e a quella dei nostri cari.
 
La società dello svago, del benessere egoistico a ogni costo, del consumo irrefrenabile ha potuto svilupparsi, diventare coscienza collettiva allontanando il suo unico vero nemico: la morte, appunto. In senso anche geografico: “ci credevamo sani in un mondo malato” ha affermato il Papa, vivevamo chiusi nei nostri privilegi di benessere e sicurezza senza guardare al mondo attorno a noi, a quelle situazioni in cui si muore a migliaia ogni giorno di fame, malaria, malattie, guerre.
Realtà in cui la morte è già presente, ogni giorno e da sempre, così come iniziamo a farne esperienza anche noi in questo tempo.
 
Se così è, il messaggio più importante che il Figlio di Dio ci consegna dalla croce, il cuore stesso dell’annuncio cristiano, è che la via verso la salvezza passa proprio dalla morte e dalla sofferenza, e che esse sono state vinte una volta per tutte con la resurrezione di Cristo.
 
Ci indica che la sola strada per affrontare il male e superarlo è accettarlo, che il male non è un accidente della storia, un imprevisto, ma che è una dimensione costitutiva della nostra esistenza, sempre in perenne tensione tra la sua forza creatrice e quella contrastante e distruttrice del male e della morte.
 
Pur nel dovere, da cui nulla ci esime, di lottare contro il morbo, aiutare chi è in difficoltà, spendere ogni energia, come fanno in modo spesso eroico gli operatori sanitari, per salvare vite umane, arriva il momento in cui dobbiamo riconoscere il nostro limite di creature finite e mortali. E, allora, accettando la morte, la sofferenza, come possibilità, ci apriamo anche ad accogliere la vita e il mondo nella loro totalità, senza fuggire continuamente di fronte al nostro limite, alla nostra fragilità, all’esposizione al male, senza crearci pseudo-recinti, difese che nulla possono di fronte al suo dilagare.
 
Questo entrare nel mistero della morte e della sofferenza è l’unico modo che ci è dato per superarlo, per andarvi oltre, sia nel senso finale della vittoria pasquale sulla morte nella resurrezione, prima di Cristo e poi di ciascuno di noi, sia nel tempo e nella storia: la possibilità di affrontare le morti, le sofferenze quotidiane che ci toccano, senza esserne vinti, ma cogliendovi un valore, pur nella tragedia, con quello spirito che faceva scrivere a Etty Hillesum, nei drammatici giorni della guerra e della persecuzione degli ebrei, che nonostante tutto “la vita è meravigliosa”.
 
Ma questo possiamo dirlo non in virtù di una nostra forza umana, morale, ma perché come cristiani siamo già entrati, pur con le nostre contraddizioni, infedeltà, piccinerie nella dimensione di una vita spirituale che proprio Gesù dalla croce, secondo il vangelo di Giovanni, ha effuso su tutti noi e che continua a vivificare ogni credente.
 
È la presenza dello Spirito in noi l’unica risposta vera e reale agli sfregi del male nella Storia.
 
È solo in questa vita divina, che già inizia a palpitare in ciascuno di noi nella misura della sua fede, che siamo in qualche modo preservati e protetti dagli artigli della morte.

Non perché non ci tocchi, ma perché nella croce di Cristo abbiamo avuto il dono di entrare nella morte e nella sofferenza come attraverso quel passaggio unico e ineludibile che ci apre alla Vita, quella di oggi e quella eterna in futuro.
 
Quel passaggio che neppure la scienza, con le sue pur enormi e irrinunciabili possibilità, è in grado di valicare.
 
Antonio Buozzi
Giornalista e blogger