Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Quaresima per aiutarci a percorrere il cammino di preparazione alla Pasqua con maggior consapevolezza e maturità spirituale e crescere sempre di più nella comunione con il Signore risorto.

 
 

“PRESSO LA CROCE DI GESÙ STAVA MARIA SUA MADRE” – 3^ predica di Quaresima 2020 – p. Rainero Cantalamessa

 

 
Maria sul Calvario
 
La parola di Dio che ci accompagna nella presente meditazione è quella che si legge nel vangelo di Giovanni:
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 25-27).
 
Di questo testo, così denso, consideriamo in questa meditazione solo la prima parte, quella narrativa, lasciando alla prossima volta il resto del brano evangelico che contiene il detto di Gesù.
Se sul Calvario, presso la croce di Gesù, c’era Maria sua Madre, vuol dire che ella era a Gerusalemme in quei giorni e, se era a Gerusalemme, allora ha visto tutto, ha assistito a tutto. H
a assistito alle grida: « Barabba, non costui! »; ha assistito all’Ecce ho¬mo, ha visto la carne della sua carne flagellata, sanguinante, co¬ronata di spine, seminuda davanti alla folla, sussultare, scossa da brividi di morte, sulla croce.
Ha udito il rumore dei colpi di martello e gli insulti: « Se sei il Figlio di Dio… ». Ha visto i solda¬ti dividersi le sue vesti e la tunica che lei stessa aveva forse ¬tessuto.
 
«Stavano – si legge – presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala».
Maria non era dunque sola; era una delle donne.
Sì, ma lei era lì come « sua madre » e questo pone Maria in una situazione del tutto diversa dalle altre. Ripenso al funerale di un ragazzo di 18 anni. Seguivano il feretro varie donne.
Tutte erano vestite di nero, tutte piangevano. Sembravano tutte uguali.
Ma tra esse ce n’era una diversa, una alla quale tutti i presenti pensavano, che tutti, senza voltarsi, guardavano di soppiatto: la madre. Era vedova e aveva quel figlio solo. Lei guardava la bara, si vedeva che le sue labbra ripetevano senza posa il nome del figlio. Quando i fedeli, al momento del Sanctus, si misero a proclamare: « Santo, Santo, Santo, è il Signore Dio dell’universo», anche lei, senza rendersene forse nemmeno conto, si mise a mormora¬re: Santo, Santo, Santo…
In quel momento ho pensato a Maria ai piedi della croce.
 
Ma a lei fu chiesto qualcosa di molto più difficile: perdonare. Quando sentì il Figlio che diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34), ella capì cosa il Padre celeste si aspettava da lei: che dicesse con il cuore le stesse parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». E lei le disse.
 
Perdonò.
 
Se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel de¬serto, questo avvenne soprattutto sotto la croce. E fu una ten¬tazione profondissima e dolorosissima, perché aveva per motivo proprio Gesù. Lei credeva alle promesse, credeva che Gesù era il Messia, il Figlio di Dio; sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato «più di dodici legioni di angeli» (cf Mt 26, 53).
 
Ma vede che Gesù non fa nulla. Liberando se stes¬so dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa. Maria però non grida: « Scendi dalla croce; salva te stesso e me! », o: « Hai salvato tanti altri, perché non salvi ora anche te stesso, figlio mio? », anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre.
 
Maria tace.
 
Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: «Mi hai ingannata! », o, come gridò un giorno il profeta Geremia: «Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre!» (cf Ger 19, 7), e scappare giù per il Calvario.
Invece ella non scappò, ma rimase « in piedi », in silenzio, e così facen¬do è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testi-mone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.
Questa visione di Maria che si unisce al sacrificio del Figlio ha trovato un’espressione sobria e solenne in un testo del Concilio Vaticano II:
 
Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamen¬te consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata.
 
Maria non stava dunque « presso la croce di Gesù», vicino a lui, solo in senso fisico e geografico, ma anche in senso spirituale. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la stessa sofferenza. Soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella sua carne. E chi potrebbe pensare diversamente, se appena sa cosa vuol dire essere madre?
 
Gesù era anche uomo; come uomo, egli non è, in questo momento, agli occhi di tutti, che un figlio giustiziato alla presenza di sua madre.
 
Gesù non dice più, come a Cana: “Che c’è tra me e te, o donna? Non è ancora giunta l’ora mia” (Gv 2, 4). Adesso che la sua « ora » è giunta, c’è, tra lui e sua madre, una grande cosa in comune: la stessa sofferenza.
In quei momenti estremi, in cui anche il Padre si è misteriosamente sottratto al suo sguardo di uomo, è rimasto a Gesù solo lo sguardo della madre, in cui cercare rifugio e conforto. Disdegnerà questa presenza e questo conforto materno, colui che nel Getsemani pregò i tre discepoli dicendo: “Restate qui e vegliate con me” (Mt 26, 38)?
 
Stare presso la croce di Gesù
 
Ora, seguendo come sempre il nostro principio-guida se¬condo cui Maria è figura e specchio della Chiesa, sua primizia e modello, ci dobbiamo porre la domanda: Che cosa ha voluto dire alla Chiesa lo Spirito Santo, disponendo che nella Scrittura fosse registrata questa presenza di Maria accanto alla croce di Cristo?
 
Anche questa volta, è la Parola stessa di Dio che, implicita¬mente, traccia il passaggio da Maria alla Chiesa e dice cosa deve fare ogni credente per imitarla: «Presso la croce di Gesù – è scritto – stava Maria sua Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava».
 
Nella notizia c’è contenuta la parenesi. Quello che avvenne quel giorno, indica quello che deve avvenire ogni giorno: bisogna stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come ci stette il discepolo che egli amava.
 
Ci sono due cose nascoste in questa frase: primo, che bisogna stare «accanto alla croce» e, secondo, che bisogna stare ac¬canto alla croce «di Gesù». Vedremo che si tratta di due cose differenti, anche se inseparabili.
 
Stare presso la croce «di Gesù».
 
Queste parole ci dicono che la prima cosa da fare – la più importante di tutte – non è stare presso la croce in genere, ma stare presso la croce «di Gesù». Che non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio.
 
Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce «di Gesù». Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo.
 
Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza. San Paolo dice che il Vangelo è potenza di Dio «per tutti coloro che credono » (cf Rm 1, 16). Per tutti coloro che credono, non per tutti coloro che soffrono, anche se, vedremo, le due cose sono di solito unite tra di loro.
 
È qui la fonte di tutta la forza e la fecondità della Chiesa.
 
La forza della Chiesa viene dal predicare la croce di Gesú, cioè da qualcosa che agli occhi del mondo è il simbolo stesso della stoltezza e della debolezza. Ciò comporta la rinuncia a ogni possibilità o volontà di affrontare il mondo incredulo e spensierato con i suoi stessi mezzi che sono la sapienza delle parole, la forza delle argomentazioni, l’ironia, il ridicolo, il sarcasmo e tutte le altre « cose forti del mondo» (cf 1 Cor 1, 27).
 
Bisogna rinun¬ciare a una superiorità umana, perché possa venire alla luce e agire la forza divina racchiusa nella croce di Cristo. Bisogna in¬sistere su questo primo punto perché ce n’è ancora bisogno. La maggioranza dei credenti non è stata mai aiutata a entrare in questo mistero che è il cuore del Nuovo Testamento, il centro del kerigma e che cambia la vita.
«Stare presso la croce». Ma qual è il segno e la prova che si crede realmente nella croce di Cristo, che « la parola della croce» non è, appunto, solo una parola, cioè un principio astratto, una bella teologia o ideologia, ma che è veramente croce?
 
Il segno e la prova è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù (cf Mc 8, 34).
Il segno è partecipare alle sue sofferenze (Fil 3, 10; Rm 8, 17), essere crocifissi con lui (Gal 2, 20), completare, mediante le proprie sofferenze, ciò che manca alla pas¬sione di Cristo (Col 1, 24). La vita intera del cristiano deve essere un sacrificio vivente, come quella di Cristo (cf Rm 12, 1). Non si tratta solo di sofferenza accettata passivamente, ma anche di sofferenza attiva, vissuta in unione con Cristo: “Castigo il mio corpo e lo riduco in servitù” (1 Cor 9, 27).
 
“Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia?”, ammonisce l’autore dell’”Imitazione di Cristo”…..