FEDE – FIDUCIA

 
Ogni tanto dovremmo lasciare da parte, almeno per un po’, le parole difficili e cercarne altre, meno impervie ma altrettanto vere.
 
Una di queste è fede: ci fa pensare a uno sforzo sovraumano per credere in qualcosa che è al di là di noi e che spesso ci sfugge.
 
Nella sua accezione normale il senso è univoco: si intende la nostra fede verso Dio. Ma, se proviamo a sostituirla con un’altra parolina gemella: fiducia, il discorso cambia.
Perché la fiducia è qualcosa che anche Dio prova verso di noi, è il suo segno di rispetto e di confidenza. Dio ci dà sempre fiducia, una fiducia preveniente, perché ci ha creati, conosce il nostro potenziale così come le tante fragilità e i limiti.
 
Ed è una fiducia incondizionata, cioè indipendente da quello che facciamo o meritiamo. Nel mondo, lo sappiamo, non è così: raccogli consensi se ti imponi sugli altri, se ti dimostri superiore, altrimenti scendi nella scala sociale in quegli ultimi posti che, al di fuori del Vangelo, non diventano mai i primi. Dio guarisce dando fiducia e amando.
 
Possiamo presentarci a Lui segnati da mille ferite, insuccessi, fallimenti e Lui compie il miracolo: azzera tutto, fa ripartire il contatore dell’esistenza, la rimette in moto.
 
I peccati, soprattutto quelli più grandi, nascono da un abbandono di noi stessi: siamo noi per primi ad abbandonarci. Perché, sentendo il peso o il giudizio degli altri, prima o poi lo facciamo proprio, guardiamo alla nostra vita con rammarico, disgusto, disapprovazione, talvolta con un senso di vergogna.
E allora si fa avanti il peccato e ci propone le sue facili ma esiziali alternative: l’orgoglio, l’ira, la bestemmia, lo stordimento nei piaceri dei sensi, la rinuncia a vivere pienamente.
 
Tutto questo sembra farci star meglio perché ci consente una rapida via di uscita da quell’io in cui non sappiamo più abitare. Ma che tremenda illusione
 
La morte interiore si fa ancora più profonda, la sfiducia diventa disperazione, il piacere alienazione che lascia perennemente insoddisfatti.
 
Però il Signore non desiste: ecco, sto alla porta e busso (Ap 3,20).
 
Ci viene incontro come il padre misericordioso della parabola a rivestirci di splendore, a riconfermarci il suo amore, la stima che ha per ciascuno di noi.
 
Apre il nostro cuore e ci fa vedere nel fondo la Sua immagine, che nessuna ferita del mondo può deturpare. E allora capiamo che siamo importanti, che la vita ha una sua dignità sempre, che il giudizio degli altri è un veleno che non dobbiamo ingoiare altrimenti ci distrugge.
 
E dopo aver aperto il cuore, spalanca il Cielo, ci indica la strada, il cammino per andare lontano.
 
E torniamo a essere pellegrini della vita, mai sazi di amore e di senso.

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger
da Il fuoco e la cenere
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