PREGARE CON LE EMOTICON?

 
Oggi ci siamo abituati a una messaggistica social in cui dominano le oramai familiari emoticon fatte di faccine, simboli: una comunicazione veloce e immediata di un sentimento, uno stato d’animo.
 
Tra questi uno che va per la maggiore è quello dedicato alla preghiera: due mani giunte.
 
In realtà questa emoticon è nata per indicare “grazie” nelle culture orientali.
 
Non è un problema.
 
L’uso e la consuetudine popolare l’hanno oramai accreditata di fatto come segno di preghiera e va bene così.
 
Tuttavia ultimamente mi sono chiesto se questo disegnino nelle intenzioni di chi ce lo manda, si traduca in realtà in vera preghiera.
 
È un pensiero mio naturalmente che condivido come riflessione comune, perché forse non sono il solo a viverla e magari può aiutarci a prenderne coscienza.
 
Confesso che non sempre, da quando ricevo questa immagine o la vedo circolare nel sobrio circuito delle nostre chat, alla intenzione ho fatto seguire l’azione.
 
In sintesi, questa è la mia riflessione: ho sempre pregato davvero per quella intenzione?
 
O è spesso finita nel gorgo dei tanti contenuti che girano vorticosamente nelle nostre chat e, secondo una logica di chiodo scaccia chiodo, fanno diventare superato l’ultimo input?
 
Non stiamo correndo il rischio di una banalizzazione di quello che dovrebbe essere il senso della preghiera?
 
Credo sia una domanda che come credenti del nostro tempo dovremmo porci.
 
Parlare della preghiera è aprire un capitolo immenso e non ho certo questa intenzione.
 
Non sono neppure titolato a farlo.
 
Sul tema si sono sprecate milioni di parole: libri, ritiri spirituali, meditazioni, conferenze, dibattiti.
 
Tutte “cose” che, con santa intenzione, cercano di dirci che cosa è la preghiera e come pregare.
 
Personalmente oggi so, grazie a chi me lo fatto capire, che pregare è chiudere la porta del mondo alle nostre spalle e fissare gli occhi in Cristo e, nella intimità che si crea, attivare quel dialogo individuale che mi può portare anche alla preghiera di intercessione per le intenzioni che ricevo.
 
Una dimensione che è l’esatto contrario della frenesia che caratterizza oggi l’interscambio di contatti e contenuti che tendono a mescolarsi tra loro, facendo perdere di vista tante cose che invece vanno fermate, fissate e vissute.
 
Sto, quindi, dicendo di non mandare più le manine giunte?
 
Niente affatto.
 
Cerco solo di mettere in guardia verso un atteggiamento che può portare alla superficialità.
 
Ogni intenzione di preghiera è una sofferenza che ci arriva inattesa.
 
È una esistenza di qualcuno che irrompe nel nostro mondo col suo carico di dolore e richiesta di aiuto.
 
È un grido lanciato alle orecchie del nostro cuore.
 
Sicuramente il grido di chi ci è più prossimo e caro ci toccherà in modo diverso rispetto a chi conosciamo poco, superficialmente o per nulla. Ma sempre grido è.
 
Allora, e, ripeto, lo dico a me per primo, perché mi sono scoperto inadempiente e superficiale in questo in tante occasioni, forse dobbiamo acquisire un modo nuovo di vivere questa dimensione che la moderna tecnologia ci pone e trasformarla in occasione di vita spirituale.
 
Come?
 
A livello pratico mi sto abituando a pregare immediatamente per l’intenzione che ricevo.
 
Per non farla scappare. Una preghiera breve ma coinvolta.
 
E non ho la scusa per non farlo perché non ho tempo: perché, se in quel momento sto fissando gli occhi allo schermo, il tempo, pochi secondi, ce l’ho.
 
Poi, raccogliere queste intenzioni in un momento particolarmente dedicato alla preghiera personale nella giornata, mattino o sera che sia.
 
La cosa importante è che quel grido non cada nel vuoto.
Il termine, emoticon, è inglese, tanto per cambiare, racchiude i termini emotion e icon («emozione» e «icona») perché è una immagine che esprime emozione.
 
Il cristiano alla parola “icona”, specie se appartiene al mondo ortodosso, associa ben altro.
 
Una icona, immagine sacra, realizzata in una dimensione di sacralità, è una finestra che si apre direttamente sul Cielo.
 
Allora, facciamo uno strappo al vocabolario tecnologico e agli effetti che produce e riappropriamoci di ciò che è nostro.
 
Accogliamo l’emoticon che ci arriva e facciamola diventare icona nel nostro cuore.
 
Potremo così essere veicoli autentici di quel grido verso il Cielo.
Giulio Fezzardini