Chi cercate?

 
 
Tutto inizia con una ricerca: Che cosa cercate? (Gv 1,38) chiede Gesù ai due discepoli di Giovanni Battista che lo stanno seguendo.
 
Che cosa cerchi? chiedeva anche padre Giuseppe a chi si avvicinava a lui.
 
Perché il Vangelo nasce da questo cercare, dalla percezione che c’è un luogo verso cui siamo diretti e se stiamo fermi, se non ci incamminiamo, è alla fine come se non vivessimo davvero.
 
La vita ha una sua dinamica biologica (si nasce, si cresce, si invecchia e si muore) e specularmente una interiore.
 
Quando ci mettiamo in cammino entriamo in un dinamismo che in termini religiosi chiamiamo «conversione», cioè ci spostiamo dal luogo in cui siamo, dal terreno in cui le nostre radici ci tengono fermi, immobilizzati, e, come Abramo, lasciamo ogni sicurezza, ogni legame, per affrontare l’ignoto.
 
Questo muoversi è la precondizione per ogni incontro, anche quello della fede.
 
Dopo avere chiesto Che cosa cercate? Gesù, infatti, aggiunge: venite e vedrete.
 
 Vedere cosa?
 
Una realtà diversa, qualcosa che l’esperienza fino a quel momento non ci ha fatto toccare.
 
Questo qualcosa prende forma in primo luogo come «amore»: quello che “andando a vedere” scopriamo è che c’è la possibilità di un amore incarnato diverso dai nostri concetti di amore.
 
Questa esperienza l’ho fatta anch’io, oltre 10 anni fa, come tantissimi altri, a un ritiro nel fine settimana con la comunità Abbà e, naturalmente, padre Giuseppe.
 
Ho sentito di nuovo, dopo tanto tempo, quel sentimento di meraviglia, gratitudine e amore, appunto, verso persone che avevo appena conosciuto che era rimasto sospeso dall’adolescenza, come un ricordo lontano e rimosso.
 
E questo amore è un po’ come uscire dalla morte, dal sepolcro di Lazzaro, è un ritornare alla luce, alla vita.
 
Ciò che prima era importante non lo è più, ciò che occupava totalmente lo spazio dei desideri e della volontà si svuota: noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. (1Gv 3,4).
 
Io credo sia questo il carisma di padre Giuseppe e della Comunità Abbà che ha fondato: rendere possibile in Gesù uno spazio di comunione e di amore che sia anche un segno per il mondo.
 
Uno spazio condiviso da persone normali, di provenienze diverse, ma con un’unica direzione.
 
Di questo dinamismo padre Giuseppe è stato il pilota, o meglio, visto il suo trascorso sulle navi, il capitano.
 
Ogni sua energia è stata spesa nel rendere possibile a chi si rivolgeva a lui l’incontro con Gesù.
 
E da questo incontro vite spezzate, ferite, sperdute hanno ritrovato un senso, un filo conduttore, hanno potuto, come il paralitico del racconto evangelico, lasciare il lettino e correre dietro a qualcosa di nuovo e di più grande.
 
Un lasciare indietro che richiedeva poi un riconsiderare nel profondo abitudini, modi di giudicare, passioni sbagliate, e in questo, nelle catechesi come nelle confessioni, padre Giuseppe non faceva sconti: guardavi lui e vedevi te stesso nelle tue contraddizioni, infedeltà, miserie.
 
E giorno dopo giorno imparavi o ti sforzavi di lasciarle alle spalle, di avere fiducia nella promessa che non lui, ma Dio stesso attraverso di lui nel Vangelo, ti faceva, di darti una nuova casa e una nuova patria, perché le cose di prima sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
 
E così scoprivi che la domanda iniziale di Gesù “che cosa cercate” diventava, come alla fine del Vangelo di Giovanni – in cui l’angelo sorridente si rivolge a Maria di Magdala che piange “perché hanno portato via il mio Signore” – “chi cerchi?”: non più qualcosa, ma qualcuno!
 
Qualcuno in cui si compie e si realizza ogni desiderio, che è il termine ultimo di ogni vita che sia umana.
 
Penso a questo sorriso dell’angelo, mentre tutti noi come Maria di Magdala piangiamo quel qualcuno che è stato “portato via”, al suo invito a volgere anche noi lo sguardo su Gesù, presente e, allo stesso tempo nascosto, e che ci chiama di nuovo con il nome che abbiamo scritto in Cielo: “Maria!”, (e lei: “Rabbunì”, Maestro…).
 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger