I PROFETI

Il monoteismo etico
 

Un giorno un dottore della legge, lo interrogò (Gesù) per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.”
(Mt 22,35-39)
 
 
I profeti sono stati mandati da Dio per educare il popolo a vivere i due comandamenti dell’amore: l’amore di Dio e l’amore del prossimo, che, come apprendiamo dalla stessa bocca di Gesù costituiscono la sintesi di tutta la legge. Comandamenti che, purtroppo, ancora oggi attendono di essere vissuti dalla maggior parte del popolo di Dio.
Un compito non facile, soprattutto se pensiamo che il concetto del Dio uno e del Dio amore, padre di tutti gli uomini, non faceva parte della rivelazione fatta ad Abramo e ai Patriarchi. All’inizio, infatti, si parlava solamente del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Con Mosè, il primo profeta, il popolo è stato invitato, in modo formale, obbligatorio, a relazionarsi solo a Jahve:
 
Dio allora pronunciò tutte queste parole: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me.
(Es 20, 1-3)
 
Ma il popolo, una volta arrivato in Canaan, a contatto con altre etnie, culti e divinità, ha sempre fatto molta fatica a rivolgersi esclusivamente al suo Dio e a capire che Jahve era l’unica fonte sicura del suo benessere materiale e spirituale.
A questo riguardo il brano forse più incisivo della Scrittura è quello tramanda l’azione del profeta Elia contro i sacerdoti di Baal (cfr. 1Re 18,20-40).
Altri brani che esprimono fortemente la stretta correlazione tra idolatria e vita posso essere letti nei libri dei profeti Osea e Geremia:
 
La loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna.
Essa ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”.
Perciò ecco, ti sbarrerò la strada di spine
e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri.
Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli.
Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima perché ero più felice di ora”.
Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio
e le prodigavo l’argento e l’oro che hanno usato per Baal.
Perciò anch’io tornerò a riprendere il mio grano, a suo tempo,
il mio vino nuovo nella sua stagione;
ritirerò la lana e il lino che dovevan coprire le sue nudità.
Scoprirò allora le sue vergogne agli occhi dei suoi amanti
e nessuno la toglierà dalle mie mani.
Farò cessare tutte le sue gioie,
le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue solennità.
Devasterò le sue viti e i suoi fichi, di cui essa diceva:
“Ecco il dono che mi hanno dato i miei amanti”.
La ridurrò a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici.
Le farò scontare i giorni dei Baal, quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane e seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me!
Oracolo del Signore.

(Osea 2,7-15)
 
L’idolatria, dunque, è praticata dal popolo e il profeta deve spiegare quali sono i suoi frutti: essa produce aridità, povertà, incapacità di avere il necessario per vivere.
 
Non solo, secondo Geremia, l’idolatria conduce anche alla schiavitù:
 
Stupitene, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore.
Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne,
cisterne screpolate, che non tengono l’acqua.

Israele è forse uno schiavo, o un servo nato in casa?
Perché allora è diventato una preda?
Contro di lui ruggiscono i leoni, fanno udire i loro urli.
La sua terra è ridotta a deserto,
le sue città sono state bruciate e nessuno vi abita.
Perfino i figli di Menfi e di Tafni ti hanno raso la testa.
Tutto ciò, forse, non ti accade perché hai abbandonato il Signore tuo Dio?
E ora perché corri verso l’Egitto a bere le acque del Nilo?
Perché corri verso l’Assiria a bere le acque dell’Eufrate?
La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono.
Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara
l’avere abbandonato il Signore tuo Dio e il non avere più timore di me.
Oracolo del Signore degli eserciti.

(Ger 2,12-19)
 
Il presupposto della idolatria è la mancanza di fiducia, di certezza che Jahve è la fonte unica di ogni bene.
Tra il popolo corre il sospetto, la convinzione che il benessere materiale di cui ha bisogno, non dipenda solo da Dio, ma possa arrivare anche da altre fonti; il popolo non rinnega formalmente il suo Dio, ma va a cercare altre “cose” in altri dei, non rinunzia del tutto, cioè, a percorrere strade alternative.
 
Uno stimolo per ognuno di noi: chiediamoci se questa non è anche la nostra stessa situazione. Chiediamoci se anche in noi non c’è la malcelata convinzione che il nostro vero benessere dipenda dall’affidarsi anche ad altre cose all’infuori di Dio.
Il popolo fa fatica a rivolgersi solo ed esclusivamente al suo Dio perché non ha capito che Lui, il creatore di tutte le cose e di tutti i popoli, è l’unico vero sovrano:
 
 
Colui che ha fatto le Pleiadi e Orione,
cambia il buio in chiarore del mattino
e stende sul giorno l’oscurità della notte;
colui che comanda alle acque del mare
e le spande sulla terra,
Signore è il suo nome.
Egli fa cadere la rovina sulle fortezze
e fa giungere la devastazione sulle cittadelle.

(Amos 5,8-9)
 
È solo Lui che può dare la vera libertà e la vera pace:
 
La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.
I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie.
Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa;
nessun impuro la percorrerà e gli stolti non vi si aggireranno.
Non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà,
vi cammineranno i redenti.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

(Is 35,7-10)
 
Non solo, Dio può intervenire come e quando vuole perché è il Signore della natura e della storia:
 
Avvicinatevi, popoli, per udire, e voi, nazioni, prestate ascolto;
ascolti la terra e quanti vi abitano, il mondo e quanto produce!
Poiché il Signore è adirato contro tutti i popoli
ed è sdegnato contro tutti i loro eserciti;
li ha votati allo sterminio, li ha destinati al massacro.

(Is 34,1-2)
 
Ma c’è un terzo e fondamentale insegnamento su Dio che i profeti devono trasmettere, ed è il più difficile, perché riguarda la natura intima, affettiva, della relazione che il popolo deve coltivare pensando a Jahve.
 
Egli deve essere percepito come assolutamente trascendente, è il totalmente altro, e, allo stesso tempo, anche come immanente alla storia, ossia è vicinissimo all’uomo e alle sue vicende: di più, si trova esattamente al centro del cuore stesso dell’uomo e delle sue vicende materiali.
 
Per meglio chiarire, “trascendenza” significa che Dio non può essere identificato con alcuna cosa, è separato da tutto e da tutti, è il tre volte Santo e ci si può accostare a Lui solo in purezza di cuore. Ma questa necessità della purezza del cuore ci dice anche che egli è vicinissimo, dimora nel cuore di ogni uomo, è immanente.
 
Rileggiamo un passo famosissimo che compendia tutto questo insegnamento e che può servire come preambolo per la seconda meditazione:
 
 
 
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro:
“Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.
Tutta la terra è piena della sua gloria”.
Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi:
“Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”.
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”.

(Is 6,1-7)
 
 
Questo brano del profeta Isaia ci parla della trascendenza di Dio che atterrisce il profeta e della necessità della purificazione dal male che è scoperto e superato solo per mezzo dalla Sua manifestazione e azione.
Il vertice dell’insegnamento sull’immanenza però è raggiunto per mezzo dell’immagine-simbolo nuziale. Dio deve essere percepito da Israele come una sposo. Uno sposo costantemente tradito, ma uno sposo che non dimentica, ritorna e riprende la moglie adultera per donarle una nuova verginità.
 
I riferimenti più emblematici a questo riguardo sono il libro del profeta Osea ed il capitolo 16 di Ezechiele, che presentano tutta la storia di Israele in questa suggestiva ed efficace chiave matrimoniale.
 
A questo punto, prima di addentrarci nel secondo passaggio, può essere opportuno, per la nostra riflessione personale, porci alcune domande:
 
 

  1. Come vivo la relazione con la trascendenza/santità di Dio? Ho il senso della santità, della purezza, del rispetto, del ringraziamento, della non pretesa, dell’abbandono fiducioso alla Sua misericordia?
  2.  

  3. Come vivo il senso della immanenza/comunione? Vivo alla Sua presenza con amore? Faccio dell’amore/amicizia la categoria del mio rapporto con Lui? Lo sento presente, vicino, consolatore, amante del mio benessere?

 
 
vai alle altre meditazioni

Fai click sull’immagine
per vedere le altre meditazioni sulla Storia della Salvezza