Affidare a Dio paura e desiderio

 

Il Signore ci chiede di affidargli soprattutto due cose:

i nostri desideri e le nostre paure.
 
Parafrasando il Vangelo, potremmo dire che in questo affidamento “consistono la Legge e i profeti”.

Non basta una generica disponibilità a offrire a Dio la propria vita: quando ci si trova di fronte a queste due forze primarie, talvolta in apparenza invincibili, si tocca con mano la propria impotenza.

Ma è proprio qui che c’è il varco, la porta stretta per passare attraverso la nostra limitata dimensione naturale ed entrare in quella della grazia.
 
In questo passaggio difficile i nostri buoni propositi decantano il peso del velleitarismo e dei facili sentimenti, si fanno roccia e fondamento, in altre parole diventano «fede».
 
Una fiducia che ci previene, altrimenti sarebbe impossibile, perché si fonda, a sua volta, sulla promessa di Dio, l’Emanuele: Rallegrati Maria, il Signore è con te.
 
Ecco l’Evangelo: abbiamo un Dio che si piega su ciascuno di noi per amore e per amore ci salva, ci strappa dalla palude, ci rimette in piedi perché possa continuare il nostro cammino di uomini.
 
Tutto sta in questo «essere con Dio», nell’accogliere l’invito alla «nuova alleanza».
 
Certo, non avremo a fianco il Dio delle vittorie facili, del successo garantito, il taumaturgo che risolve ogni problema.  
Scriveva Carlo Carretto a questo proposito: «Quando sarò morto – e spero presto perché ho conosciuto il Signore e bramo vedere il suo volto – se venite sulla mia tomba, e se pensate possibile la comunicazione tra i membri del Regno, non chiedetemi di pregare per voi onde guarire da questo o quel male. Chiedetemi solo che preghi per la vostra fede. È l’unico dono per cui merita pregare» (Beata te che hai creduto).
 
Nella fede avremo la forza di purificare paura e desiderio per renderli qualcosa di positivo: la paura perché tocca il nostro istinto primario di sopravvivenza e solo la fede ci fa capire come si possa – paradossalmente – anche accettare la morte facendo esperienza che non è il termine ultimo, ma solo un passaggio a qualcosa di più grande e imperituro; il desiderio perché è il motore della nostra esistenza e senza di esso non c’è vita, ma sono una larvale sussistenza.

Però anch’esso va orientato a un obiettivo di crescita umana, non può ridursi a una triste caricatura di se stesso, puro istinto di auto-soddisfazione di pulsioni, che, invece che accendere la vita, la spengono.
 
Il desiderio è la fonte dell’amore e della vita e a questo è chiamato, così da poter dire, con San Paolo, nel nostro peregrinare sulla terra: soltanto “charitas Christi urget nos”

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger
da Il fuoco e la cenere
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