Una riflessione per la Quaresima
di fra Giuseppe Paparone o.p.

 
Cari amici, cari fratelli e sorelle,
 

Oggi, 9 febbraio, prima domenica del periodo di Quaresima, con l’episodio della tentazione di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre e di Gesù nel deserto, la liturgia ci porta a riflettere su uno dei temi centrali della nostra vita: qual è l’origine del bene e del male?
 
La Scrittura ce lo dice con grande chiarezza: sta nel rapporto, giusto o sbagliato, che abbiamo con Dio.
E questo è indipendente dalla conoscenza difficile e problematica di Dio che possiamo avere: perché, secondo la Scrittura, questa difficoltà non deriva dalla problematicità della figura di Dio, bensì dalla problematicità del nostro cuore.
Adamo ed Eva vedevano Dio; avevano parlato con Lui. Eppure non è bastato e sappiamo che cosa è successo.
 
Il problema, quindi, non è conoscere Dio o esserne fisicamente lontani, bensì conoscere la Sua autorità sulla nostra vita; conoscere e riconoscere la nostra creaturalità e la nostra reale condizione di esseri inseriti in un mondo nel quale governano leggi che non possiamo interpretare a nostro uso e consumo.
Dio dice ad Adamo ed Eva che possono prendersi tutto ciò che vedono nel giardino tranne una cosa.
 
Il diavolo, come noto, dice che invece quella cosa, proprio quella cosa, la possono fare propria: non solo, è una cosa buona che permetterà loro di diventare come Dio.
Essere come Dio, diventare come Lui nella natura e nell’essenza, diventare colui che decide. Arrivare a poter trasgredire tranquillamente, senza dover rendere conto ad alcuno. Disporre di sé in assoluta autonomia, non seguire leggi imposte da altri, non tenere conto del diritto degli altri, della loro sensibilità, indipendenza, diversità: se sei come Dio non sei tenuto a farlo.
 
Lo vediamo chiaramente nel Vangelo.

Le tentazioni nel deserto sono ordinate a sottrarre Gesù alla supremazia di Dio.
Vediamo in questa situazione la grande capacità del demonio di manipolare la Scrittura a proprio uso e consumo: “Se tu sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”..
 
Notare che siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù e che nessuno sapeva chi fosse; per altro non aveva ancora fatto miracoli. E qui la Scrittura ci evidenzia una cosa importantissima: il diavolo, che è spirito e vede tutto molto meglio di noi, sa benissimo che Gesù è figlio di Dio. E, di conseguenza, questo ci dice che, lui, il demonio, conosce altrettanto bene tutte le nostre debolezze.
Molto meglio di noi.
 
Egli conosce tutti i dinamismi della nostra psiche. Sa come colpirci nei nostri ambiti più reconditi e nascosti. E si avvicina a noi quando siamo deboli.
È nella massima debolezza che il demonio ci attacca.
Infatti, ecco che si avvicina a Gesù, un uomo nel deserto (immaginiamo ognuno di noi in questa situazione fisica), nel momento più difficile: dopo quaranta giorni (Gesù) ebbe fame.
Ed ecco l’attacco: “se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane!”.
 
Gesù avrebbe potuto farlo.
 
Così come avrebbe potuto scendere dalla croce e chiamare un esercito di angeli in suo aiuto.
 
Ma non l’ha fatto.
 
Perché (e questo è un insegnamento classico in tutte le scuole esoteriche spirituali), colui che riceve potere spirituale da Dio lo dedica al servizio degli altri; al contrario, colui che lo riceve dal signore delle tenebre lo esercita per se stesso, per diventare sovrano su qualcuno o qualcosa: il potere, il possesso, la dominazione di uomini e cose.
 
Ed è a questo punto che Gesù risponde con le parole della Scrittura: “non di solo pane vive l’uomo”
Ma Gesù non ha bisogno di un pane materiale: Dio gli ha dato una missione: salvare l’uomo.
E per fare questo Gesù si affida esclusivamente, totalmente, incondizionatamente alla Parola di Dio; ecco il sostentamento che ha ricevuto Gesù: la Parola.
 
Il vero, unico sostentamento.
 
Gesù, avendo accolto la Parola di Dio, ha vissuto una vita vera…
 
Ci siamo chiesti dove hanno origine il bene ed il male, la vita e la morte.
Ebbene, consideriamo che ogni giorno, dalla mattina alla sera, noi siamo sottoposti a una scelta: ascoltare la Parola di Dio o ascoltarne altre.
Ne consegue che, se dopo tanti anni di cammino spirituale, viviamo ancora pesantemente gli affanni del quotidiano, allora dobbiamo riconoscere che non ci fidiamo totalmente, al cento per cento, della Parola di Dio.
 
Tutti noi, dalla mattina alla sera, nella misura in cui decidiamo di governare la nostra vita, di fatto cerchiamo di trasformare le pietre in pane. E, così facendo, arriviamo solo a sperimentare la morte; pensiamoci bene, con sincerità.
 
Il cammino quaresimale è un’opportunità preziosissima per fare luce in noi stessi…
 
Chiediamoci allora: qual è l’oggetto della nostra preghiera se non quello di sfuggire situazioni difficili, complicate, di sottrarci alla prova?
La nostra preghiera nasce viziata all’origine perché ha al suo centro la nostra autosoddisfazione.
La vera fede, invece, sta nell’affidare a Dio la nostra vita, desiderare con tutto il cuore di mettere in pratica la Sua Parola.
 
Noi tutti, ogni giorno, ogni momento facciamo esperienza dei nostri limiti, della nostra fatica.
E, allora,
– perché continuiamo, dopo anni a fare questa fatica?
– Perché questo farci male?
 
La risposta è, purtroppo, molto semplice: perché noi non vogliamo deciderci a rinunciare una volta per tutte alle nostre passioni!
 
Carissimi, non abbiamo scampo:
 
o ci decidiamo ad estirpare le nostre passioni dal cuore, o vivremo sempre così come siamo, e così moriremo!
Perché dobbiamo essere così autolesionisti?
Perché ci ostiniamo a vivere con questo cesto di pietre, questo fardello insostenibile sulla schiena?
 
Eppure, non vogliamo rinunciare, ma al tempo stesso sappiamo e soffriamo e pensiamo: “va bene, inizierò domani…“
 
E, così, ricadiamo nell’inganno diabolico!
 
Attenzione!
 
Ogni volta che rimandiamo a domani un impegno buono, noi abbiamo perduto la nostra battaglia!
La strategia della dilazione portata avanti dal nemico è sempre vincente!
Perché al domani si aggiunge un altro domani …
E così, al termine dei tanti domani, se proprio ci va bene, eccoci in Purgatorio, quando avremmo invece potuto arrivare felicemente in Paradiso!
 
Carissimi, ogni volta che noi rimandiamo, prolunghiamo il nostro dolore, lo rendiamo ancora più pesante e non risolviamo nulla.

La Quaresima ci vuole ricordare che Gesù ha offerto a ognuno di noi un tempo di salvezza, che davanti a noi c’è la meta della Pasqua di resurrezione.
Ma questa meta arriva solo se si vive la Quaresima in prima persona, se vi ci immergiamo con tutto il nostro essere, sforzandoci di resistere alle tante tentazioni che subiamo, combattendole.
 
Se non viviamo questo periodo di grazia con questo spirito, (e per farlo non dimentichiamo di invocare continuamente lo Spirito Santo che combatterà con noi e per noi), se non si vince il demonio nel deserto come ha fatto Gesù, non facciamoci illusioni: la nostra Pasqua, la nostra resurrezione, non arriverà mai: sarà solo la triste, grigia celebrazione di un’ipotesi.

 
Bene che vada, sarà solo il ricordo della Pasqua di un Altro…
 
Coraggio quindi: cerchiamo di identificare almeno una delle passioni che dominano il nostro essere, il nostro cuore: superbia, orgoglio, pigrizia, gola, avarizia, lussuria, invidia … l’elenco è lungo e ognuno di noi ha la sua; interroghiamoci su qual è la nostra passione negativa dominante: la vedremo subito!
E, poi, senza esitare, senza aspettare domani, chiediamo al Signore che ci dia il coraggio di inoltrarci sul terreno di battaglia e combatterla ogni giorno.

 
Buona Quaresima a tutti!
 
Un abbraccio e una benedizione dal vostro
 
fra Giuseppe

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