L’attualità della torre di Babele


 

Oggi stiamo vivendo fenomeni di grande massificazione legati ai mezzi di comunicazione; questi fenomeni ci stanno portando a situazioni di dipendenza da strumenti della tecnica.
 
Inevitabilmente siamo entrati in uno schema e ne siamo prigionieri.
 
Ci stiamo dentro e non riusciamo a essere parte di una storia diversa da quella della radio, televisione, cellulari, tablets che costituiscono nel loro insieme una struttura titanica.
 
Ecco il senso di Genesi 11 sulla Torre di Babele: questo testo non descrive un aneddoto molto antico, ma ci racconta miticamente lo schema che serve per capire quello che capita sempre.
 
Il mito infatti è un racconto universale che mira a dare il senso dell’esistenza.
 
I babilonesi vivendo in una grande pianura, senza montagne, e avendo l’idea che gli déi abitassero in alto, sulle montagne, per poter legare le divinità al loro territorio hanno costruito una montagna artificiale: lo ziqurrat.
 
Lo ziqurrat infatti è una scala, una piramide o torre a sette gradoni; rappresenta il punto di congiunzione fra terra e cielo dove l’uomo sale per arrivare a Dio e Dio scende per incontrare l’uomo.
 
Il gruppo di ebrei che fu esiliato in Babilonia vide con i propri occhi questa gigantesca costruzione perché era enorme e si vedeva da molto lontano. Era il centro del culto di Babel, sede principale di Marduk, la divinità venerata a Babilonia, che aveva sconfitto Israele e il suo Dio Jahweh. Si tratta quindi di un mito storicizzato, un racconto che va al di là della storia, partendo da un riferimento ben preciso.
 
A Babel i teologi biblici contrapposero Bet-El (Casa di Dio). Ricordiamo il sogno di Giacobbe (Gen 28,12) nel quale una scala invisibile collega terra e cielo: essa esprime l’atteggiamento di Dio che scende e va incontro all’uomo debole.
 
Invece, nel caso di Babilonia viene mostrata la pretesa dell’uomo potente di salire, di prendere il potere, di farsi addirittura Dio.
 
È il tentativo dei dittatori, re, imperatori di usurpare il ruolo divino.
 
Tutti i grandi dittatori si sono montati la testa al punto di credersi Dio. Così è stato per assiri, babilonesi, persiani, ma è quello che è successo anche qui da noi.
 
Il testo ci mette in guardia su quello che potrebbe capitare in futuro.
 
Quella grande torre costituiva la prova che Marduk fosse il più forte di tutti e dominasse tutti. Il Dio di Israele non è stato in grado di difendere il suo tempio e la sua città, e i sacerdoti sono stati deportati.
 
Iahweh è quindi un debole e Marduk è il più forte e l’imperatore babilonese è il braccio armato del Dio più forte che ci sia e che quindi ha diritto di schiacciare tutti gli altri.
 
La storia della torre di Babele contiene un mito che mostra il grave problema della prepotenza umana, sociale e politica. L’obiettivo dei costruttori della torre è toccare il cielo per impossessarsene.
 
Raccontato con altre immagini è lo stesso peccato di chi ha voluto mangiare dell’albero della “conoscenza del bene e del male”: si chiama bramosia del potere esercitato sugli altri attraverso il controllo (oggi telematico) su tutto ciò che accade; è il dominio della comunicazione a-personale o impersonale.
 
(Gen 11,1) Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole: cioè tutti avevano la stessa mentalità di rivolta nei confronti di Dio.
 
(Gen 11,5) Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano facendo
 
(Gen 11,7) Scendiamo dunque e confondiamo le loro lingue, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro.
 
Il superamento della confusione di Babele si avrà con la Pentecoste che mostra come la molteplicità delle lingue venga superata dallo Spirito.
 
Il testo di Genesi 11 infatti si legge alla vigilia delle Pentecoste, perché crediamo che qui sia avvenuto il contrario di Babele, senza che siano state abolite le lingue.
 
Il miracolo di Pentecoste non è l’abolizione delle diversità, ma la concordia dei diversi.

 

prof.ssa Ebe Faini Gatteschi