Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Avvento per aiutarci ad entrare nel Mistero ed accogliere con il cuore e con la vita la venuta del Signore.

 
 

VI ANNUNCIAMO LA VITA ETERNA
2^ predica di Avvento 2020

 

“Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40,1). Con queste parole di Isaia iniziava la prima lettura della Seconda Domenica di Avvento. E’ un invito, anzi un comando, perennemente attuale, rivolto ai pastori e ai predicatori della Chiesa. Oggi vogliamo raccogliere questo invito e meditare sull’annuncio – in assoluto il più consolante – che la fede in Cristo ci offre.
 
La seconda “verità eterna” che la situazione della pandemia ha riportato a galla è la precarietà e la transitorietà di tutte le cose. Tutto passa: ricchezza, salute, bellezza, forza fisica… È qualcosa che abbiamo sotto gli occhi tutto il tempo. Basta confrontare le foto di oggi – nostre o di personaggi famosi – con quelle di venti o trent’anni fa, per rendercene conto. Storditi dal ritmo della vita, noi non facciamo caso a tutto ciò, non ci soffermiamo per trarne le dovute conseguenze.
 
Ed ecco che, di colpo, tutto quello che davamo per scontato si è rivelato fragile, come una lastra di ghiaccio sul quale si sta pattinando allegramente, che improvvisamente si rompe sotto i piedi e fa andare a fondo. ”La tempesta – diceva il Santo Padre in quella memorabile benedizione “urbi et orbi” del 27 Marzo scorso – smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”.
La crisi planetaria che stiamo vivendo può essere l’occasione per riscoprire con sollievo che c’è, nonostante tutto, un punto fermo, un terreno solido, anzi una roccia, su cui fondare la nostra esistenza terrena. La parola Pasqua – Pesach in ebraico – significa passaggio e in latino si traduce transitus. Questa parola evoca anch’essa qualcosa di “passeggero” e di “transitorio”, dunque qualcosa di tendenzialmente negativo. Sant’Agostino ha percepito questa difficoltà e l’ha risolta in modo illuminante. Fare la Pasqua, ha spiegato, significa, sì, passare, ma “passare a ciò che non passa”; significa “passare dal mondo, per non passare con il mondo” . Passare con il cuore, prima di passare con il corpo!
 
Ciò che “non passa mai” è, per definizione, l’eternità. Dobbiamo riscoprire la fede in un aldilà della vita. È questo uno dei grandi contributi che le religioni possono dare insieme allo sforzo per creare un mondo migliore e più fraterno. Essa ci fa capire che siamo tutti compagni di viaggio, in cammino verso una patria comune, dove non esistono distinzioni di razza o di nazione. Non abbiamo in comune solo il cammino, ma anche la meta. Con concetti e in contesti assai diversi, questa è una verità comune a tutte le grandi religioni, almeno a quelle che credono in un Dio personale. “Chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano” (Ebr 11, 6). Così la Lettera agli Ebrei riassume la base comune – una specie di minimo denominatore comune – di ogni fede e di ogni religione.
 
Per i cristiani la fede nella vita eterna non si basa su discutibili argomenti filosofici circa l’immortalità dell’anima. Si basa su un fatto preciso, la risurrezione di Cristo, e sulla sua promessa: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. […] Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Per noi cristiani la vita eterna non è una categoria astratta, è piuttosto una persona. Significa andare a stare con Gesú, a “fare corpo” con lui, a condividere il suo stato di Risorto nella pienezza e nel gaudio ineffabile della vita trinitaria: “Cupio dissolvi et esse cum Christo”, diceva san Paolo ai suoi cari Filippesi: “Desidero lasciare questa vita per andare a stare con Cristo” (Fil 1,23).
 
Una eclisse di fede
 
Ma che è successo – ci domandiamo – alla verità cristiana della vita eterna? Nel nostro tempo, dominato dalla fisica e dalla cosmologia, l’ateismo si esprime soprattutto come negazione dell’esistenza di un creatore del mondo; nel secolo XIX, esso si è espresso di preferenza nella negazione di un aldilà. Hegel aveva affermato che “i cristiani sprecano in cielo le energie destinate alla terra”. Raccogliendo questa critica, Feuerbach e soprattutto Marx hanno combattuto contro la credenza in una vita dopo la morte, affermando che essa aliena dall’impegno terreno. All’idea di una sopravvivenza personale in Dio si sostituisce l’idea di una sopravvivenza nella specie e nella società del futuro.
 
A poco a poco, con il sospetto, sono caduti sulla parola “eternità” l’oblio e il silenzio. La secolarizzazione ha fatto il resto, al punto che appare addirittura sconveniente che si parli ancora di eternità fra persone colte e al passo con i tempi. La secolarizzazione è un fenomeno complesso e ambivalente. Può indicare l’autonomia delle realtà terrene e la separazione tra regno di Dio e regno di Cesare, e in questo senso essa non solo non è contro il Vangelo, ma trova in esso una delle sue radici più profonde. La parola secolarizzazione può, però, indicare anche tutto un insieme di atteggiamenti ostili alla religione e alla fede. In questo senso si preferisce usare il termine di secolarismo. Il secolarismo sta alla secolarizzazione come lo scientismo sta alla scientificità e il razionalismo alla razionalità.
 
Anche così delimitato, il fenomeno della secolarizzazione presenta molte facce a seconda dei campi in cui si manifesta: la teologia, la scienza, l’etica, l’ermeneutica biblica, la cultura, la vita quotidiana. Il suo senso primordiale tuttavia è unico e chiaro. “Secolarizzazione”, come “secolarismo”, deriva dalla parola saeculum che nel linguaggio comune ha finito per indicare il tempo presente – «l’eone attuale», secondo la Bibbia –, in opposizione all’eternità – l’eone futuro, o «i secoli dei secoli» come lo chiama la Scrittura. In questo senso, secolarismo è sinonimo di temporalismo, di riduzione del reale alla sola dimensione terrena. Significa radicale eliminazione dell’orizzonte dell’eternità.
 
Tutto questo ha avuto un chiaro contraccolpo sulla fede dei credenti. Essa si è fatta, su questo punto, timida e reticente. Quando abbiamo sentito l’ultima predica sulla vita eterna? Aveva ragione il filosofo Kierkegaard: “L’aldilà è diventato uno scherzo, un’esigenza così incerta che non solo nessuno più la rispetta, ma anzi neppure più la prospetta. Al punto che ci si diverte perfino al pensiero che c’era un tempo in cui quest’idea improntava l’intera esistenza” . Continuiamo a recitare nel Credo: “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, ma senza dare troppo peso a queste parole. La caduta dell’orizzonte dell’eternità ha sulla la fede cristiana l’effetto che ha la sabbia gettata su una fiamma: la soffoca, la spegne.
 
Qual è la conseguenza pratica di questa eclisse dell’idea di eternità? San Paolo riferisce il proposito di coloro che non credono nella risurrezione dei morti: “Mangiamo, beviamo, domani moriremo” (1Cor 15,32). Il desiderio naturale di vivere sempre, distorto, diventa desiderio, o frenesia, di vivere bene, cioè piacevolmente, anche a spese degli altri, se necessario. La terra intera diventa quello che Dante Alighieri diceva dell’Italia del suo tempo: “l’aiuola che ci fa tanto feroci” . Caduto l’orizzonte dell’eternità, la sofferenza umana appare doppiamente e irrimediabilmente assurda. Il mondo somiglia a “un formicaio che si sgretola” e l’uomo a “un disegno creato dall’onda sulla riva del mare che l’onda successiva cancella”.
 
Fede nell’eternità ed evangelizzazione
 
La fede nella vita eterna costituisce una delle condizioni di possibilità dell’evangelizzazione. “Se Cristo non è risorto –scrive l’Apostolo- vuota è la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede […] Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1Cor 15, 14.19). L’annuncio della vita eterna costituisce la forza e il mordente della predicazione cristiana.
 
Guardiamo quello che avvenne nella primissima evangelizzazione cristiana. L’idea più antica e più diffusa nel paganesimo greco- romano era che la vita vera termina con la morte; dopo di essa c’è solo un’esistenza da larve, in un mondo di ombre, evanescente e incolore. Sono note le parole che l’imperatore romano Adriano rivolse a se stesso prossimo alla morte, secondo l’epitaffio inciso sulla sua tomba:
 
Piccola anima mia smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a ascendere in luoghi
incolori, aspri e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora,
guardiamo insieme le rive familiari,
le cose che certamente non rivedremo mai più.

 
Per un uomo che in vita aveva fatto costruire per sé dimore di incredibile lusso (visitare la Villa Adriana presso Tivoli per convincersene!), questa prospettiva risultava ancora più sconsolante che per i comuni mortali. Per la propria tomba egli aveva edificato il Mausoleo di Adriano, l’attuale Castel Sant’Angelo, ma sapeva bene che questo non cambiava il suo destino di avviarsi verso “luoghi incolori e senza svaghi”.
 
Su questo sfondo, si comprende l’impatto che doveva avere l’annuncio cristiano di una vita dopo la morte infinitamente più piena e più luminosa di quella terrena, senza più lacrime, né morte, né affanno (cf. Ap 21, 4). Si capisce anche perché il tema e i simboli della vita eterna – il pavone, la palma, le parole “requies aeterna“ – siano così frequenti nelle sepolture cristiane delle catacombe.
 
Nell’annunciare la vita eterna noi possiamo far leva, oltre che sulla nostra fede, anche sulla corrispondenza di essa con il desiderio più profondo del cuore umano. Noi siamo infatti “esseri finiti capaci di infinito” (ens finitum, capax infiniti): esseri mortali con un innato anelito all’immortalità. A un amico argentino che gli rimproverava, quasi fosse una forma di orgoglio e di presunzione, il suo tormentarsi circa il problema dell’eternità, Miguel de Unamuno – non certo un apologeta del cristianesimo – rispose in una lettera:
Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica ce lo dimostri; dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no, e basta. Dico che ciò che passa non mi soddisfa, che ho sete d’eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Ne ho bisogno, ne ho bisogno! Senza di essa non c’è più gioia di vivere e la gioia di vivere non ha più nulla da dirmi. È troppo facile affermare: “Bisogna vivere, bisogna accontentarsi della vita”. E quelli che non se ne accontentano? .
 
Non è chi desidera l’eternità – aggiungeva lo stesso pensatore – che mostra di disprezzare il mondo e la vita di quaggiù, ma al contrario chi non la desidera: “Amo tanto la vita che perderla mi sembra il peggiore dei mali. Non amano veramente la vita coloro i quali se la godono, giorno per giorno, senza curarsi di sapere se dovranno perderla del tutto o no”.
 
Sant’Agostino diceva la stessa cosa: “A che giova vivere bene, se non è dato vivere sempre?” “Quid prodest bene vivere si non datur semper vivere?” . “Tutto, tranne l’eterno, al mondo è vano”, ha cantato un nostro poeta . Agli uomini del nostro tempo che coltivano in fondo al cuore questo bisogno di eternità, senza forse avere il coraggio di confessarlo neppure a se stessi, noi possiamo ripetere ciò che Paolo diceva agli Ateniesi: “Quello che voi venerate senza conoscerlo, io vengo ad annunciarlo a voi” (cf. At 17,23).