CRISTIANI NEL TEMPO DELLA PANDEMIA
RESISTENTI O RESILIENTI?

 
Un termine che ricorre spesso dall’inizio della pandemia Covid è “resilienza”.
Non c’è realtà economica, professionale, produttiva, che non lo abbia adottato in questi mesi.
 
È di uso corrente in confronti, dibattiti, relazioni, scambi culturali.
Ma cosa significa? A orecchio potrebbe richiamare il termine “resistenza”. E in un certo senso non è sbagliato.
Tuttavia è molto di più.
 
Semplificando al massimo potremmo definire la “resilienza” come la capacità di reagire in modo creativo ad una situazione avversa.
 
Per esempio l’uso dello smart-working nel lavoro, ove possibile, e la didattica a distanza ne sono un esempio. 
Ma se questo stimolo interiore è il motore di questo dinamismo viene da pensare che se c’è qualcuno che dovrebbe essere resiliente per definizione è il cristiano.
 
Tutta la Scrittura è una narrazione in cui l’uomo, posto di fronte alle avversità della vita, viene portato a prendere consapevolezza del suo stato di debolezza e a reagire alzando gli occhi al Cielo per risorgere a una vita nuova. 
 
Nell’era Covid stiamo vedendo tanti esempi di consapevolezza professionale e dedizione anche da parte di cosiddetti laici, magari agnostici o atei, che, pensiamo al personale sanitario, arrivano a dare anche la vita per gli altri.
 
Essere resilienti per queste persone è inventarsi l’impossibile per far fronte al dolore e alleviarlo in condizioni proibitive.
In questo senso rispondono, spesso inconsapevolmente, alla affermazione di Gesù che include tra i giusti coloro che esercitano la loro carità nei confronti del prossimo.
 
Se questa è l’attitudine di tante belle persone magari non credenti, a maggior ragione il cristiano deve prendere coscienza della sua vera identità e diventare luce del mondo e sale della terra reagendo in modo attivo e creativo alla situazione attuale.
E poiché il creativo per eccellenza è lo Spirito Santo, ecco che con il suo aiuto possiamo trovare nuove strade per l’annuncio del Vangelo, nuove modalità pastorali, nuovi modi per essere disponibili nei confronti di persone in difficoltà:
 
  • se sono un imprenditore cercherò di essere accanto al mio dipendente offrendogli soluzioni lavorative dignitose; 
  • se infermiere in corsia avrò verso il paziente qualche attenzione che vada oltre gli standard di protocollo e un equipaggiamento che mi nasconde e allontana psicologicamente da lui; 
  • se insegnante, durante i collegamenti a distanza sarò attento nel cogliere difficoltà, fatiche dei ragazzi e delle loro famiglie e approfondirò i miei contatti cercando di interessarmi concretamente ai loro bisogni; 
  • se vivo in un condominio mi farò parte attiva nella assistenza a chi è solo o in difficoltà,…
 
In sintesi, se riusciamo a vivere in piena consapevolezza il nostro essere cristiani, con la presenza dello Spirito Santo saremo davvero un elemento di resilienza per noi stessi certamente, ma anche e soprattutto per la collettività: un pizzico di sale, giusto per riprendere uno degli elementi caratterizzanti del cristiano, da solo può dare gusto a una grande quantità di acqua: una piccola luce nel buio orienta nelle tenebre.
 
Possa questo Santo Natale, così diverso nella generale considerazione del mondo ma al tempo stesso così significativo e opportuno dal punto di vista spirituale, diventare una preziosa opportunità per una diversa presenza nel mondo ed essere così segno di una vera rinascita e ripresa.
 
Assicurando la nostra preghiera, soprattutto per le tante sofferenze di cui siamo a conoscenza in questo momento tanto travagliato, questo è l’augurio che come Comunità Abbà vi facciamo nella attesa di poterci ritrovare per lodare insieme il Signore della vita.
 

Buon Santo Natale
da padre Giuseppe e dalla Comunità Abbà!