Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Avvento per aiutarci ad entrare nel Mistero ed accogliere con il cuore e con la vita la venuta del Signore.

 
 
 

È VENUTO AD ABITARE IN MEZZO A NOI
3^ predica di Avvento 2020

 

“In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!”
 
È il grido triste di Giovanni Battista ascoltato nel Vangelo della Terza Domenica di Avvento che vorremmo far risuonare in questo ultimo incontro prima del Natale.
 
Nel memorabile messaggio Urbi et orbi del 27 Marzo scorso in Piazza San Pietro, dopo aver letto il vangelo della tempesta sedata, il Santo Padre si chiedeva in che cosa era consistita la “poca fede” che Gesù rimprovera ai discepoli, e spiegava:
Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano.
 
Ma vediamo come lo invocano: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” (Mc 4,38).
 
Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi.
 
Possiamo scorgere anche un’altra sfumatura nel rimprovero di Gesù.  
Non avevano capito chi era colui che stava con loro sulla barca; non avevano capito che, con lui dentro, la barca non poteva affondare perché Dio non può perire.
 
Noi discepoli di oggi commetteremmo lo stesso errore degli apostoli e meriteremmo lo stesso rimprovero di Gesù se nella violenta tempesta che si è abbattuta sul mondo con la pandemia ci dimenticassimo che non siamo soli nella barca e in balia delle onde.
 
La festa del Natale ci permette di allargare l’orizzonte: dal mare di Galilea al mondo intero, dagli apostoli a noi: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Il verbo greco all’aoristo, eskenosen (alla lettera, “ha piantato la tenda”) esprime l’idea di un’azione compiuta e irreversibile. Il Figlio di Dio è sceso su questa terra e Dio non può perire.
 
Il cristiano può proclamare con più forte ragione del salmista:
 
Dio è per noi rifugio e fortezza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se vacillano i monti nel fondo del mare […] Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare.
(Sal 46 2-4).
 
“Dio è con noi”, cioè dalla parte dell’uomo, suo amico e alleato contro le forze del male. Dobbiamo ritrovare il significato primordiale e semplice della incarnazione del Verbo, al di là di tutte le spiegazioni teologiche e i dogmi costruiti su di essa. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi! Ha voluto fare di questo evento il suo nome proprio: Emmanuele, Dio-con-noi.
 
Quello che Isaia aveva profetizzato “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7, 14) è divenuto un fatto compiuto.
 
Dobbiamo, dicevo, riportarci a prima di tutte le controversie cristologiche del V secolo – a prima di Efeso e di Calcedonia – per ritrovare il paradosso e lo scandalo racchiuso nell’affermazione: “Il Verbo si è fatto carne”.
 
Giova riascoltare la reazione di un pagano colto del II secolo, venuto a conoscenza di quella affermazione dei cristiani.
 
“ Figlio di Dio – esclamava il filosofo Celso inorridito – un uomo vissuto pochi anni fa? “ Logos eterno uno “di ieri o avantieri? “, un uomo “nato in un borgo della Giudea, da una povera filatrice?” Non c’è da meravigliarsi.
 
L’unione perfetta della divinità e dell’umanità nella persona di Cristo era la più grande di tutte le novità possibili, “l’unica cosa nuova sotto il sole”, la definisce san Giovanni Damasceno.
 
La prima grande battaglia che la fede in Cristo ha dovuto affrontare non è stata quella della sua divinità, ma quella della sua umanità e della verità dell’incarnazione. All’origine di questo rifiuto c’era il dogma di Platone secondo cui “nessun Dio si mescola con l’uomo”.
Sant’Agostino ha scoperto, per propria esperienza, la radice ultima della difficoltà di credere nell’incarnazione, e cioè la mancanza di umiltà. “Non essendo umile – scrive nelle Confessioni – non comprendevo l’umiltà di Dio”.
 
La sua esperienza ci aiuta a capire la radice ultima dell’ateismo moderno e ci indica l’unico modo possibile per superarlo. A partire da Hermann Samuel Reimarus nel secolo XVIII, è stato tutto un assalto alla verità storica del Vangelo e alla divinità di Cristo.
Gesú ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre, se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
Una volta dichiarata impercorribile questa unica via di accesso a Dio, è stato facile passare prima al deismo e poi all’ateismo.
 
L’esperienza di Agostino – dicevo – indica anche la via per superare l’ostacolo: deporre l’orgoglio e accettare l’umiltà di Dio. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25): tutta la storia dell’incredulità umana è spiegata da queste parole di Cristo.
 
L’umiltà fornisce la chiave per capire l’incarnazione.
 
Ci vuole poca potenza per mettersi in mostra; ce ne vuole molta, invece, per mettersi da parte e cancellarsi. Dio è questa illimitata potenza di nascondimento di sé: “Spogliò se stesso, assumendo la forma di servo…Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 7-8).
 
Dio è amore, per questo è umiltà! L’amore crea dipendenza dalla persona amata, una dipendenza che non umilia, ma rende felici. Le due frasi “Dio è amore” e “Dio è umiltà” sono come due facce della stessa medaglia.
 
Ma che significa la parola umiltà applicata a Dio e in che senso Gesú può dire: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29)?
 
La spiegazione è che l’umiltà essenziale non consiste nell’essere piccoli (si può essere piccoli di fatto senza essere umili); non consiste nel ritenersi piccoli (ciò può dipendere da una cattiva idea di sé); non consiste nel proclamarsi piccoli (lo si può dire senza crederlo); consiste nel farsi piccoli e farsi piccoli per amore, per elevare gli altri.
In questo senso, veramente umile è soltanto Dio.

 
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto
e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?
Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero
(Sal 113, 5-7),
 
Lo aveva capito, senza tanti studi, Francesco d’Assisi che nelle sue “Lodi di Dio Altissimo”, a un certo punto, rivolto a Dio dice: “Tu sei umiltà!” e nella sua “Lettera a tutto l’Ordine” esclama: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio”. Ogni giorno -scrive in una delle sue Ammonizioni – egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine” .
 
Natale è la festa dell’umiltà di Dio. Per celebrarla in spirito e verità dobbiamo farci piccoli, come ci si deve abbassare per entrare per la porta angusta che immette nella Basilica della Natività a Betlemme.
 
“In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!”
 
Ma ritorniamo al cuore del mistero: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
 
Dio è con noi per sempre, irrevocabilmente. Questo è, d’ora in poi, l’oggetto centrale della profezia cristiana. Zaccaria saluta il Precursore chiamandolo “profeta dell’altissimo” (Lc 1, 76) e Gesú dice di lui che è “più che un profeta” (Mt 11, 9).
 
Ma in che senso Giovanni Battista è un profeta?
 
Dov’è la profezia nel caso suo?
 
I profeti biblici annunciavano una salvezza futura; Giovanni Battista non annuncia una salvezza futura; addita, al contrario, uno che è presente lì davanti a lui. I profeti antichi aiutavano il popolo a oltrepassare la barriera del tempo; Giovanni Battista aiuta il popolo ad oltrepassare la barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie.
 
Il Messia tanto atteso – aspettato dai patriarchi, annunciato dai profeti, cantato dai salmi – sarebbe dunque quell’uomo dalle apparenze e dalle origini così umili e ordinarie, di cui si sa tutto, compreso il paese di origine?
 
È relativamente facile credere a qualcosa di grandioso e di divino, quando si prospetta in un futuro indefinito: “in quei giorni”, “negli ultimi tempi”, in una cornice cosmica, con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre per fare germogliare il Salvatore (cf. Is 45,8). È più difficile quando si deve dire: “Eccolo! È lui!” Si è subito tentati di dire: Tutto qui? “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46); “Costui sappiamo di dov’è” (Gv 7, 27).
 
Questo era un compito profetico sovrumano e si capisce perché il Precursore è definito “più che un profeta”.
Egli è l’uomo che punta il dito verso una persona e pronuncia un perentorio “Ecce, Eccolo! “Ecco l’Agnello di Dio!” (Gv 1, 29). Che brivido dovette correre per il corpo di coloro che ricevettero per primi tale rivelazione. Una potente azione dello Spirito Santo accompagnava le parole del Precursore e ne rivelava la verità ai cuori ben disposti. Passato e futuro, attesa e compimento si toccavano. L’arco voltaico della storia della salvezza si chiudeva.
 
Io credo che Giovanni Battista ci ha lasciato il suo stesso compito profetico: continuare a gridare: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete!” (Gv 1,26). Egli ha inaugurato la nuova profezia che non consiste – dicevo – nell’annunciare una salvezza futura, ma nel rivelare la presenza di Cristo nella storia: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Cristo non è presente nella storia soltanto perché si scrive e si parla continuamente di lui, ma perché è risorto e vive secondo lo Spirito. Non solo intenzionalmente, ma realmente.
 
L’evangelizzazione comincia da qui.
 
Al tempo del Battista, ciò che faceva difficoltà era il corpo fisico di Gesú, la sua carne così simile alla nostra, eccetto il peccato. Oggi è soprattutto il suo corpo mistico, la Chiesa, a fare difficoltà e a scandalizzare.
Così simile al resto dell’umanità, non escluso neppure il peccato! Come il Precursore fece riconoscere Cristo sotto l’umiltà della carne ai suoi contemporanei, così è necessario oggi farlo riconoscere nella povertà e nella miseria della sua Chiesa, come pure nella povertà e miseria di ciascuno di noi.