Padre Raniero Cantalamessa, Sacerdote e Frate cappuccino, Professore e Predicatore della Casa Pontificia offre a tutta la Chiesa le prediche di Quaresima per aiutarci a percorrere il cammino di preparazione alla Pasqua con maggior consapevolezza e maturità spirituale e crescere sempre di più nella comunione con il Signore risorto.

 
 

“GESÙ CRISTO VERO UOMO” – 2^ predica di Quaresima 2021 – p. Rainero Cantalamessa
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TESTO
 
Il pensiero moderno, illuminista, nasce all’insegna della massima di vivere “etsi Deus non daretur”, come se Dio non esistesse.
 
Il pastore Dietrich Bonhoeffer riprese questa massima, cercando di darle un contenuto cristiano positivo. Nelle sue intenzioni, essa non era una concessione fatta all’ateismo, ma un programma di vita spirituale: fare il proprio dovere anche quando Dio sembra assente; in altre parole, non fare di lui un Dio – tappabuchi, sempre pronto a intervenire là dove l’uomo ha fallito.
 
Anche in questa versione, la massima è discutibile ed è stata, giustamente, contestata (tra gli altri da esempio da Benedetto XVI). Ma a noi in questo momento essa interessa per tutt’altra ragione. Esiste un pericolo mortale per la Chiesa ed è quello di vivere “etsi Christus non daretur”, come se Cristo non esistesse.  
È il presupposto con cui il mondo e i suoi mezzi di comunicazione parlano tutto il tempo della Chiesa. Di essa interessano la storia (soprattutto quella negativa, non quella della santità), l’organizzazione, il punto di vista sui problemi del momento, i fatti e i pettegolezzi interni ad essa. A stento si trova nominata una volta la persona di Gesú. È stata proposta qualche anno fa l’idea di una possibile alleanza tra credenti e non credenti, basata sui valori civili ed etici comuni, sulle radici cristiane della nostra cultura e via dicendo. Una intesa, in altre parole, non basata su ciò che è avvenuto nel mondo con la venuta di Cristo, ma su ciò che è avvenuto in seguito, dopo di lui.
 
A ciò si aggiunge un fatto oggettivo, purtroppo inevitabile. Cristo non entra in questione in nessuno dei tre dialoghi più vivaci in atto oggi tra la Chiesa e il mondo. Non entra nel dialogo tra fede e filosofia, perché la filosofia si occupa di concetti metafisici, non di realtà storiche come è la persona di Gesù di Nazareth; non entra nel dialogo con la scienza, con la quale si può unicamente discutere dell’esistenza o meno di un Dio creatore e di un progetto intelligente al di sotto dell’evoluzione; non entra, infine, nel dialogo interreligioso, dove ci si occupa di quello che le religioni possono fare insieme, nel nome di Dio, per il bene dell’umanità.
 
Nella preoccupazione – per altro, giustissima – di rispondere alle esigenze e alle provocazioni della storia e della cultura, noi corriamo il pericolo mortale di comportarci, anche noi credenti, “etsi Christus non daretur”. Come se si potesse parlare della Chiesa prescindendo da Cristo e dal suo Vangelo. Mi hanno fortemente colpito le parole pronunciate dal Santo Padre nell’Udienza Generale del 25 Novembre scorso. Diceva –e si capiva dal tono che la cosa lo toccava in modo particolare:
 
Troviamo qui [in Atti degli apostoli, 2, 42] quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale: l’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, primo; secondo, la custodia della comunione reciproca; terzo, la frazione del pane e, quarto, la preghiera. Esse ci ricordano che l’esistenza della Chiesa ha senso se resta saldamente unita a Cristo, cioè nella comunità, nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera. È il modo di unirci, noi, a Cristo […]. La predicazione e la catechesi testimoniano le parole e i gesti del Maestro; la ricerca costante della comunione fraterna preserva da egoismi e particolarismi; la frazione del pane realizza il sacramento della presenza di Gesù in mezzo a noi: Lui non sarà mai assente, nell’Eucaristia è proprio Lui. Lui vive e cammina con noi. E infine la preghiera, che è lo spazio del dialogo con il Padre, mediante Cristo nello Spirito Santo.
Tutto ciò che nella Chiesa cresce fuori da queste “coordinate”, è privo di fondamenta”.
 
Le quattro coordinate della Chiesa, come si vede, si riducono, nelle parole del papa, a una sola: rimanere ancorata a Cristo. Tutto questo ha fatto nascere in me il desiderio di dedicare queste meditazioni quaresimali alla persona di Gesú Cristo. Ho dovuto superare, io per primo, una obiezione. Uno sguardo all’indice dei documenti del Vaticano II, alla voce “Gesú Cristo”, o una veloce scorsa attraverso i documenti pontifici degli ultimi anni ci dice di lui infinitamente più di quello che possiamo dire in queste brevi meditazioni quaresimali. Qual è allora l’utilità di scegliere questo tema? È che qui si parlerà solo di lui, come se esistesse solo lui e valesse la pena di occuparsi solo di lui (che è poi, in definitiva, la verità delle cose!).
 
Lo possiamo fare perché non siamo costretti, come lo è il Magistero, a occuparci anche di altro: dei problemi pastorali, di quelli etici, sociali, ambientali; in questo momento, dei problemi creati dalla pandemia. Guai, naturalmente, a fare solo quello che facciamo qui, ma guai a non farlo mai. Dalla mia esperienza con la televisione, ho imparato una cosa. Esistono vari modi di inquadrare un oggetto. C’è il “totale”, in cui si inquadra chi parla con tutto ciò che lo circonda; c’è poi il “primo piano” in cui si inquadra solo la persona che parla, e c’è infine il cosiddetto “primissimo piano” in cui si inquadra soltanto il volto o addirittura solo gli occhi di chi parla. Ecco, in queste meditazioni, noi ci proponiamo di fare, con l’aiuto di Dio, dei primissimo piani sulla persona di Gesú Cristo.
 
Il nostro intento non è apologetico, ma spirituale. In altre parole, non parliamo per convincere gli altri, i non credenti, che Gesú Cristo è il Signore, ma perché egli divenga sempre più realmente il Signore della nostra vita, il nostro tutto, al punto da sentirci anche noi, come l’Apostolo, “conquistati da Cristo” (Fil 3, 12) e poter dire con lui –almeno come desiderio – “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21).
 
La domanda che ci accompagnerà non sarà dunque: “Che posto occupa oggi Gesú nel mondo o nella Chiesa, ma: “Che posto occupa Gesú nella mia vita?” Sarà questo, oltretutto, il mezzo migliore per invogliare altri a interessarsi di Cristo, il modo più efficace cioè di fare evangelizzazione.
 
Ma anzitutto una chiarificazione. Di quale Cristo intendiamo parlare? Esistono infatti diversi “Cristi”: c’è il Cristo degli storici, dei teologi, dei poeti, esiste perfino il Cristo degli atei . Parliamo del Cristo dei Vangeli e della Chiesa.
Più precisamente, del Cristo del dogma cattolico che il concilio di Calcedonia del 451 ha definito nei termini che, una volta tanto, è bene riascoltare, almeno in parte, nel testo originale:
Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare
un solo e medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo,
perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità,
vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e del corpo,
consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l’umanità,
simile in tutto a noi, fuorché nel peccato […],
uno e medesimo Cristo Signore unigenito; da riconoscersi in due nature […],
non essendo venuta meno […] la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi .
Possiamo parlare di un triangolo dogmatico su Cristo: i due lati sono l’umanità e la divinità di Cristo e il vertice l’unità della sua persona.
 
Il dogma cristologico non vuole essere una sintesi di tutti i dati biblici, una sorta di distillato che racchiude in sé tutta l’immensa ricchezza delle affermazioni riguardanti Cristo che si leggono nel Nuovo Testamento, riducendo il tutto alla scarna e arida formula: « due nature, una persona ». Se così fosse, il dogma sarebbe tremendamente riduttivo e anche pericoloso. Ma non è così.
 
La Chiesa crede e predica di Cristo tutto ciò che il Nuovo Testamento afferma di lui, nulla escluso. Mediante il dogma, ha solo cercato di tracciare un quadro di riferimento, di stabilire una specie di «legge fondamentale» che ogni affermazione su Cristo deve rispettare. Tutto ciò che si dice di Cristo deve ormai rispettare quel dato certo e incontrovertibile: cioè che egli è Dio e uomo nello stesso tempo; meglio, nella stessa persona.
I dogmi sono delle « strutture aperte » (Bernhard Lonergan), pronte ad accogliere tutto ciò che di nuovo e di genuino ogni epoca scopre nella parola di Dio. Sono aperti ad evolversi dal loro interno, purché sempre «nello stesso senso e nella stessa linea».
Senza, cioè, che l’interpretazione data in una epoca contraddica quella dell’epoca precedente. Accostarsi a Cristo per la via del dogma non significa perciò rassegnarsi a ripetere stancamente sempre le stesse cose su di lui, magari cambiando soltanto le parole. Significa leggere la Scrittura nella Tradizione, con gli occhi della Chiesa, cioè leggerla in modo sempre antico e sempre nuovo.
 
“Cristo uomo perfetto”
 
Vediamo cosa significa tutto questo, applicato al dogma della perfetta umanità di Cristo. Durante la vita terrena di Gesù nessuno pensò mai di mettere in dubbio la realtà dell’umanità di Cristo, cioè il fatto che egli fosse veramente un uomo come gli altri. Quando parla dell’umanità di Gesù, il Nuovo Testamento si mostra interessato più della santità di essa, che della verità o realtà di essa, cioè più della sua perfezione morale che della sua completezza ontologica.
 
Al momento del concilio di Calcedonia questa idea dell’umanità di Cristo non è cambiata, ma l’attenzione non è più su di essa. Contro l’eresia docetista, la Chiesa ha dovuto affermare che Cristo aveva avuto una vera carne umana; contro l’eresia Apollinarista, che aveva avuto anch’un’anima umana e contro l’eresia Monotelita dovrà lottare più tardi, nel VII secolo, per fare riconoscere l’esistenza in Cristo anche di una volontà, e quindi di una libertà, veramente umana. A causa delle eresie accennate, tutto l’interesse per il Cristo «uomo» si sposta dal problema della novità, o santità, di tale umanità, a quello della sua verità o completezza ontologica.
 
Il Nuovo Testamento dicevo – non è interessato tanto ad affermare che Gesù è un uomo “vero”, quanto che è l’uomo « nuovo ». Egli è definito da san Paolo «l’Adamo ultimo » (eschatos), cioè «l’uomo definitivo » (cfr. 1Cor 15,45ss.; Rm 5,14). E’ “l’Immagine di Dio” (Col 1,15), a immagine del quale, secondo sant’Ireneo, è stato creato l’uomo. Cristo ha rivelato l’uomo nuovo, quello « creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24; cfr. Col 3,10).
 
Gesú Cristo è “il Santo di Dio”: così egli è solennemente proclamato in due momenti della sua vita terrena (Lc 4,34; Gv 6,69). Gesù non è tanto l’uomo che somiglia a tutti gli altri uomini, quanto l’uomo al quale tutti gli altri uomini devono somigliare. Solo di lui si deve dire ciò che i filosofi greci dicevano dell’uomo in genere, e cioè che egli è “la misura di tutte le cose”!
 
Una volta messo al sicuro il dato dogmatico e ontologico della perfetta umanità di Cristo, oggi noi possiamo tornare a valorizzare questo dato biblico primario. Dobbiamo farlo anche per un altro motivo. Nessuno oggi nega che Gesù sia stato un uomo, come facevano i docetisti e gli altri negatori della piena umanità di Cristo. Si assiste anzi a un fenomeno strano e inquietante: la «vera» umanità di Cristo viene affermata in tacita alternativa alla sua divinità, come una specie di contrappeso.
 
È una specie di corsa generale a chi si spinge più avanti nell’affermare la «piena» umanità di Gesù di Nazareth, fino ad attribuirgli non solo la sofferenza, l’angoscia, la tentazione, ma anche il dubbio e perfino la possibilità di commettere errori. Così il dogma di Gesù «vero uomo» è diventato o una verità scontata che non disturba e non inquieta nessuno; peggio, una verità pericolosa che serve a legittimare, anziché contestare, il pensiero secolare. Affermare la piena umanità di Cristo è oggi come sfondare una porta aperta……..