Amate i vostri nemici

 

 
“Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,53).
 
Amare il nemico significa permettere all’avversario di porre una relazione con noi.
Qui è lo stravolgimento compiuto dall’annuncio cristiano.
 
“Avversario” etimologicamente deriva da “adversus”, cioè colui che si volge verso di te, colui che ti si oppone ma, al tempo stesso, proprio per questa opposizione, ti riconosce come soggetto di confronto.
 
La vita è un continuo sfuggire l’avversario: può avere la forma di qualcosa che non piace, che ci disturba o provoca dolore; può essere un’altra persona che ci contrasta, che si oppone a noi.
 
Il fatto è che in questa opposizione non c’è altro che il manifestarsi in pienezza della vita, che non coincide mai con la porzione infinitesimale del nostro spazio di esistenza dal quale pretendiamo di giudicare le cose e, in base a questo giudizio, compiere le scelte.
 
Abbracciare l’avversario, in termini umani e cristiani, significa aprirsi a un’alterità che ci ferisce nella misura in cui consideriamo la nostra posizione nel mondo come assoluta; e anche qui l’etimologia ci aiuta: “sciolta da”, svincolata dai necessari legami umani e con le cose che sono costitutivi di quello che siamo.
 
Una pretesa assurda, a pensarci bene…
Ma, allora, cercando di accettare e capire il senso dell’avversario, del nemico, noi entriamo in un mistero più grande che ci porta al senso stesso dell’esistere che è sempre una totalità di opposti, dove bene e male, apparentemente incongrui, si confrontano, combattono, talora si riconciliano, parte entrambi della stessa dinamica della vita.
 
Si pone qui il senso della croce di Cristo e, prima ancora, non a caso all’inizio del suo ministero, delle tentazioni nel deserto.  
Gesù accetta la sfida, il confronto con l’Avversario, non lo teme ma neppure lo schiva o lo fugge.
 
E nella morte in croce accetta su di sé l’esito di questo duello, lascia che l’Avversario, che ha qui il volto della morte, lo faccia suo; e lo abbraccia per dare alla vita la sua pienezza, per ricostituirne la totalità.
 
Abbracciandolo, ecco il paradosso, sottrae la vita al suo destino di morte, perché anche la morte, come il male, è solo una porzione, un aspetto parziale nel mistero della totalità.
 
Unendo il bene con il male, la vita con la morte, anche a costo di sacrificarla, la rende immortale e la riconsegna a Dio Padre nella sua pienezza per l’eternità.

 

Antonio Buozzi
giornalista e blogger
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