TESTO DEL VANGELO
(Mt 28,16-20)

 


 
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
 
Quando lo videro, si prostrarono.
Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.
 
Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

COMMENTO AL VANGELO di FRA MASSIMO ROSSI

 
 
Il Vangelo della scorsa domenica, si concludeva con la promessa fatta da Gesù, prima di salire in croce, che non ci avrebbe abbandonati. Oggi, passati i giorni tragici della passione, il Signore risorto ritorna a promettere che sarà con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
 
La promessa assume un valore speciale se consideriamo il luogo nel quale il Risorto dà appuntamento agli Undici: la Galilea, terra di pagani, lontana da Gerusalemme; con questa scelta, Gesù prende le distanze non solo geografiche, ma assai più, ideologiche e di principio, dalla capitale, Città Santa per eccellenza.
Riflettendo su questo particolare, mi è venuta il mente la scena raccontata da san Luca del ritrovamento di Gesù dodicenne tra i dottori del Tempio (cfr. Lc 2,41-52).
 
L’insigne teologo tedesco, H.U. von Balthasar commenta così il quinto mistero gaudioso:
 
ogni volta che un credente cerca il Signore, comincia dai luoghi dove è convinto di poterlo trovare; soltanto dopo si rassegna a cercarlo ove invece è convinto che non lo troverà… ma proprio lì, finalmente lo incontra. Anche Maria e Giuseppe fecero l’amara esperienza di cercare il loro bambino prima nella carovana, ove pensavano che fosse, insieme con gli altri figli del clan. Solo dopo tre giorni si risolsero a tornare indietro, nel Tempio, e lì, stupefatti, lo trovarono mentre discuteva con i Dottori della Legge e li interrogava. Questo accadeva molti anni prima della passione del Signore.
Dopo la Risurrezione, la situazione è per così dire capovolta: non cercate il Risorto soltanto nel Tempio; il Figlio di Dio è ritornato in vita per essere il Dio dei vivi e dei morti, il Dio dei Giudei e dei pagani, dei credenti e dei non credenti… Potrete trovarlo là dove si raccolgono tutte le confessioni e nessuna confessione; in Galilea.
Vi sta aspettando.

 
Questa interpretazione è in radicale controtendenza rispetto a certa sensibilità liturgica e non solo, tornata in auge negli ultimi decenni, la quale rilancia il culto tradizionale come luogo privilegiato di incontro col Cristo, secondo la particolare concezione preconciliare del sacro, inteso come separato dal mondo.
 
Il concetto di culto quale segno evidente di potere della casta sacerdotale, fu rigettato da Gesù, fin dagli inizi della sua vita pubblica, in nome del culto nuovo in spirito e verità (Gv 4).  
Dunque, gli indizi di questa scelta di campo erano presenti fin da quando Gesù si presentò sulle rive del Giordano, a farsi battezzare da Giovanni.
I Farisei stavano in disparte, a guardare; Gesù invece no, camminava tra i peccatori, come se fosse peccatore anche lui, come loro…
Ed eccolo qui, risorto, a ricevere l’omaggio di uomini che ancora dubitavano di Lui.
 
Nel mio ministero mi capita spesso di incontrare persone che si accusano di avere dei dubbi di fede, convinte che dubitare su Dio e sulla Chiesa sia un peccato grave.
Ogni volta rispondo che dubitare non è un atto contro la fede; la fede e il dubbio sono le facce della stessa medaglia, l’una non può stare senza l’altra!
È il dubbio che interpella la fede e la spinge a cercare ancora, senza mai arrendersi.
 
Il Vangelo di oggi ne è la prova: gli Undici al completo, con i loro dubbi, erano pur tuttavia lì, davanti al Maestro.
E con gli stessi dubbi, intrapresero la missione che Gesù assegnava loro: battezzare tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a rispondere all’amore infinito di Dio.
 
“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”:
 
magari ci credessimo un po’ di più!
Magari ce ne ricordessimo un po’ più spesso!
 
Nella nostra naturale precarietà, facciamo questa triste esperienza: siamo consapevoli dei nostri limiti…
Eppure, invece di alzare lo sguardo, cercando Colui che ci cerca e affidandoci al Suo aiuto, continuiamo a fare il bilancio delle nostre possibilità, un bilancio regolarmente in perdita…
 
Dovremmo ormai aver capito che, lontano da Dio non ce la facciamo, che soltanto Dio ci può convincere di essere all’altezza della situazione. Ma dubitiamo, anche noi, come gli Undici: dubitiamo di Dio, dubitiamo degli altri, dubitiamo di noi stessi.

 
Del resto, il dubbio, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero e delle relazioni umane.
“Dubito ergo sum”, dubito dunque sono, non costituisce una provocazione, ma la riproposizione del celebre “Cogito”, penso, di Cartesio (1596-1650), quale strumento razionale per giudicare il valore della conoscenza empirica.
Di fatto l’«io penso» di Cartesio è un «io dubito», perché l’atto stesso di dubitare presuppone un soggetto che dubita; il dubitare del soggetto è pur sempre l’affermare il soggetto stesso.
Tommaso apostolo è uno che dubita; un adolescente che dichiara di non credere in nulla, è in verità uno che dubita di tutto…
 
La società democratica contemporanea, in nome dei diritti umani e del rispetto delle differenze, ha assunto l’interculturalità e l’interreligiosità quali valori da rispettare e promuovere; l’intelligenza della verità e la conseguente gestione del dubbio diventano ancor più problematiche, man mano che le scoperte si avvicendano con velocità crescente e così pure le idee.
 
Al tempo stesso, assistiamo all’offuscamento del senso morale, ereditato dalla tradizione, che facilmente degenera in totale assenza di regole, oppure, per contrapposizione, in difesa ad oltranza dei principi tradizionali, anche quando i loro presupposti antropologici sono diventati più complessi e incerti.
 
Allora è del tutto legittimo dubitare su ciò che, in tutto o in parte, sfugge alla verifica empirica, totaliter aliter, tanto per ribadire un concetto già citato le scorse domeniche.
 
Ma, non preoccupiamoci, e soprattutto, non sentiamoci in colpa! Lo ripeto ancora: dubitare non significa negare. Se dubitiamo sul serio, cercheremo anche sul serio. Quando al dubbio non segue la ricerca, significa che il dubbio non è reale.
 
Forse si tratterà di indifferenza.
 
Di questa, sì, dobbiamo preoccuparci!
Di questa, sì, dobbiamo sentirci in colpa!

 
L’indifferenza chiude le porte al pensiero, agli affetti…
In una parola: l’indifferenza smentisce l’umano.