TESTO DEL VANGELO (Gv 15,9-11)

 


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
 
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
 
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
 
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

 
 
 

COMMENTO AL VANGELO di PAPA FRANCESCO

 
Perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena
 
Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia.  
Bastano alcuni esempi:
 
«Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28).
 
La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41).
 
Nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,47).
 
Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29).
 
Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21).
 
Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
 
La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante.
Egli promette ai discepoli: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,20).
E insiste: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22).
In seguito essi, vedendolo risorto, «gioirono» (Gv 20,20). …

Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

 
Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure.
 
Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.
 
Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie: «Sono rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere … Questo intendo richiamare al mio cuore, e per questo voglio riprendere speranza. Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie. Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà … È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lam 3,17.21-23.26).

 

COMMENTO AL VANGELO dei PADRI CARMELITANI

 
La riflessione attorno alla parabola della vite comprende i versetti dall’1 al 17.
Oggi meditiamo sui versetti dal 9 all’11.
 
Dopodomani, il vangelo del giorno salta i versetti dal 12 al 17 e riprende dal versetto 18, che ci presenta un altro tema.
Per questo, includiamo oggi un breve commento dei versetti dal 12 al 17, poiché in essi sboccia il fiore e la parabola della vite mostra tutta la sua bellezza.
 
Il vangelo di oggi è di soli tre versetti che continuano il vangelo di ieri e danno più luce per applicare il paragone della vite alla vita delle comunità. La comunità è come una vite. Passa per momenti difficili. E’ il momento della potatura, momento necessario per produrre più frutti.
 
Giovanni 15,9-11: Rimanere nell’amore, fonte della gioia perfetta.
 
Gesù rimane nell’amore del Padre, osservando i comandamenti che da lui riceve. Noi rimaniamo nell’amore di Gesù osservando i comandamenti che lui ci ha lasciato. E dobbiamo osservarli nella stessa misura in cui lui ha osservato i comandamenti del Padre: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”. E’ in questa unione dell’amore del Padre e di Gesù che si trova la fonte della vera gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
 
Giovanni 15,12-13: Amare i fratelli come lui ci ama.
 
Il comandamento di Gesù è uno solo: “amarci gli uni gli altri, come lui ci ha amati!” (Gv 15,12). Gesù supera l’Antico Testamento. Il criterio antico era: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lev 18,19). Il nuovo criterio è: “Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”. Qui lui disse la frase: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici!”
 
Giovanni 15,14-15 Amici e non servi.
 
“Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando”, cioè, la pratica dell’amore fino al dono totale di sé! Subito dopo Gesù aggiunge un ideale altissimo per la vita dei discepoli. Dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi!” Gesù non aveva più segreti per i suoi discepoli e per le sue discepole. Ci ha detto tutto ciò che udì dal Padre! Questo è lo splendido ideale della vita in comunità: giungere ad una trasparenza totale, fino al punto di non avere più segreti tra di noi e di poter avere piena fiducia nell’altro, poter condividere l’esperienza che abbiamo di Dio e della vita, e così arricchirci reciprocamente. I primi cristiani riuscirono a realizzare questo ideale per alcuni anni. Loro “erano un solo cuore ed un’anima sola” (At 4,32; 1,14; 2,42.46).
 
Giovanni 15,16-17: Gesù ci ha scelti.
 
Non siamo stati noi a scegliere Gesù. Lui ci ha scelti, ci ha chiamati e ci ha affidato la missione di andare e dare frutto, frutto che rimanga. Noi abbiamo bisogno di lui, ma anche lui ha bisogno di noi e del nostro lavoro per poter continuare a fare oggi ciò che fece per la gente di Galilea. L’ultima raccomandazione: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri!”
 
Il simbolo della vite nella Bibbia.
 
La gente della Bibbia coltivava viti e produceva buon vino. La raccolta dell’uva era una festa, con canti e danze. E ciò dette origine al canto della vigna, usato dal profeta Isaia. Lui paragona il popolo di Israele ad una vigna (Is 5,1-7; 27,2-5; Sal 80,9-19). Prima di lui, il profeta Osea aveva già paragonato Israele ad una vigna esuberante che quanti più frutti produceva, più moltiplicava le sue idolatrie (Os 10,1).
 
Questo tema è stato utilizzato da Geremia, che paragonò Israele ad una vigna bastarda (Ger 2,21), da cui furono sradicati i rami (Ger 5,10; 6,9). Geremia usa questi simboli perché lui stesso aveva una vigna che fu calpestata e devastata dagli invasori (Ger 12,10).  
Durante la schiavitù in Babilonia, Ezechiele usò il simbolo della vite per denunciare l’infedeltà del popolo di Israele.
Lui raccontò tre parabole sulla vite:
 
(a) La vite bruciata che non serve più a nulla (Ez 15,1-8);
 
(b) La vite falsa piantata e protetta da due acque, simboli dei re di Babilonia ed Egitto, nemici di Israele (Ez 17,1-10).
 
(c) La vite distrutta dal vento orientale, immagine della schiavitù di Babilonia (Ez 19,10-14).
 
Il paragone della vite fu usato da Gesù in diverse parabole: gli operai della vigna (Mt 21,1-16); i due figli che devono lavorare nella vigna (Mt 21,33-32); coloro che affittarono la vigna, non pagarono il padrone, bastonarono i suoi servi ed uccisero il figlio del padrone (Mt 21,33-45); il fico sterile piantato nella vigna (Lc 13,6-9); la vite e i suoi tralci (Gv 15,1-17).

 

SPUNTI DI RIFLESSIONE PERSONALE

 

  • Siamo amici e non servi. Come vedo questo nel mio rapporto con le persone?

  • Amare come Gesù ci amò. Come cresce in me questo ideale d’amore?