TESTO DEL VANGELO (Gv 14,15-21)

 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
 
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
 
In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
 
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

COMMENTO AL VANGELO di Paolo VI – PAPA

 
Il mondo non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi
 
 
«Lo Spirito soffia dove vuole», dice Gesù nel famoso colloquio con Nicodemo (Io. 3, 8); non potremo perciò tracciare delle norme dottrinali e pratiche esclusive circa gli interventi dello Spirito nella vita degli uomini; Egli può manifestarsi nelle forme più libere ed impensate; Egli «gioca nel cerchio della terra» (Prov. 8, 31)…
 
Ma una regola c’è, un’esigenza ordinaria s’impone per chi voglia captare le onde soprannaturali dello Spirito Santo; ed è questa: l’interiorità.
 
L’appuntamento per l’incontro con l’ineffabile Ospite è fissato dentro l’anima.
 
Dulcis hospes animar, dice il mirabile inno liturgico della Pentecoste.
 
L’uomo è fatto «tempio» dello Spirito Santo, ci ripete San Paolo (Cfr. 1 Cor. 3, 16-17; 6, 19).
 
Per quanto l’uomo moderno, spesso anche il cristiano, anche il consacrato, tenda a secolarizzarsi, non potrà, non dovrà mai dimenticare questa impostazione fondamentale della vita, se questa vuol rimanere cristiana e animata dallo Spirito Santo, l’interiorità.
La Pentecoste ha avuto la sua novena di raccoglimento e di preghiera.
Occorre il silenzio interiore per ascoltare la Parola di Dio, per sperimentare la presenza, per sentire la vocazione di Dio.
 
Oggi la nostra psicologia è troppo estroflessa; … non sappiamo meditare, non sappiamo pregare; non sappiamo far tacere il frastuono interiore degli interessi esteriori, delle immagini, delle passioni.
Non v’è spazio quieto e sacro nel cuore per la fiamma di Pentecoste.

 
La conclusione viene da sé: bisogna dare alla vita interiore il suo posto nel programma della nostra affaccendata esistenza; un posto primario, un posto silenzioso, un posto puro; dobbiamo ritrovare noi stessi per essere in condizione d’avere in noi lo Spirito vivificante e santificante.

 

COMMENTO AL VANGELO di PADRE A. RUNGI

 
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito
 
 
La sesta domenica di Pasqua ci prepara spiritualmente a due altri grandi eventi della vita trinitaria: l’Ascensione al cielo di Gesù Cristo e l’invio dello Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste.
 
E’ la Trinità che congiuntamente opera in ogni situazione come è facile comprendere dal brano del vangelo di oggi, tratto dall’evangelista Giovanni, che riporta uno dei discorsi più consolanti di Gesù stesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce.
Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”. Ed aggiunge cose di grande rilievo spirituale che sono aperti alla speranza e alla positività: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi”.
 
Cristo non ci abbandona, anche se sale al Padre, da dove è disceso per portare a compimento l’opera della salvezza del genere umano. Un Dio che si fa compagno della nostra vita e diventa l’Emmanuele e un Dio che è Spirito e continua ad agire senza soluzione di rapporto con questa umanità e con l’intera creazione, fino all’avvento glorioso del Risorto, alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti.
Questa pienezza di amore, come presenza della Trinità in noi la possiamo fin d’ora sperimentare, nella misura in cui viviamo nella carità, nell’amore, in una fedeltà assoluta alla volontà di Dio ed al suo disegno di salvezza e redenzione per tutti.
 
Gesù ci ricorda, infatti, “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui”. Ed evidenzia in questo discorso intenso: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti… Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.
Tutto parte dall’amore trinitario, tutto si sviluppa in una logica di amore trinitario e tutto si conclude in questo Dio amore, che è Padre, è Figlio e Spirito Santo”.
 
Mossi dall’amore sono i primi apostoli di Cristo e del Vangelo e mossi dall’amore sono gli apostoli del vangelo di oggi, come ci ricorda Papa Francesco nella sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium.
 
Nel brano della prima lettura, tratto dagli Atti degli Apostoli vediamo impegnati nell’opera missionaria tre apostoli: Filippo, Pietro e Giovanni.
Chi per un verso e chi per un altro tutti operano in sintonia con il progetto pastorale di evangelizzazione posto in essere dagli apostoli stessi e scaturito dai vari incontri più o meno ufficiali che il gruppo teneva sistematicamente. Anche perché le esigenze crescevano ed era necessario coordinare il tutto, per evitare confusioni di ruoli o sovrapposizioni di interventi e di azioni.
 
Così “Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo.
E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”.
 
Così, Pietro e Giovanni, che di fronte alla moltitudine dei cristiani della Samaria “scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.
 
Possiamo ben capire che si tratta dell’amministrazione del Sacramento della Cresima, dal momento che avevano ricevuto il Battesimo.
 
Quello Spirito di verità, di carità, di armonia, gioia e pace i cui frutti sono evidenziati nella seconda lettura di oggi, tratta dalla prima lettera di San Pietro.
 
I frutti dello Spirito allora sono davvero doni speciali per ciascuno e per tutti.
 
Volendo elencarli, facendo tesoro di quanto abbiamo ascoltato della parola di Dio, essi sono: la speranza, la dolcezza, il rispetto di tutti, la retta coscienza, la misericordia, il perdono, il bene, la giustizia, la vita interiore, la docilità alla volontà del Signore, la gioia. Quella gioia e gaudio che solo una persona accorta e sensibile alla parola di Dio e alla buona notizia del Regno di Dio può e deve sperimentare profondamente ogni giorno della sua esistenza.
 
Tali doni, infatti, fanno di ogni discepolo di Cristo una persona davvero spirituale, ricca spiritualmente, svuotata delle cose insignificanti e che non contano, ma piena di tutto ciò che rende il cuore e la vita di una persona degna di essere definita cristiana, come preghiamo, oggi, nella colletta di inizio messa, che è un vero progetto di vita spirituale ed apostolica insieme:
 
“O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi”.

 
Amen.

 

COMMENTO AL VANGELO don A. BRIGNOLI

 
Le ragioni della nostra Speranza
 
Ci stiamo avvicinando, in maniera decisa, alla Solennità dell’Ascensione, ossia al momento in cui la Chiesa fa memoria e rivive il ritorno di Gesù alla casa del Padre.
Il saluto di una persona che si avvicina nel tempo – se in una famiglia qualcuno è abituato a viaggiare, lo si sa bene – crea già qualche giorno prima della partenza una certa malinconia, una tristezza di fondo, soprattutto per chi resta e deve ritrovare in sé le motivazioni per andare avanti nonostante la durezza del distacco.
Il discorso di Gesù nell’ultima cena riportato dal Vangelo di Giovanni ci sta accompagnando in queste domeniche del Tempo di Pasqua; e la dimensione della sofferenza e della tristezza è dal Signore accentuata ancor di più con l’immagine degli “orfani”.
 
Il Maestro dice: “Non vi lascio orfani”.
 
Non c’è altra figura, nella Sacra Scrittura, che esprima meglio il concetto di solitudine, quanto quella dell’orfano e quella a essa connessa della vedova.
Al punto che vengono descritti quasi sempre come oggetto dell’attenzione misericordiosa di Dio, cosa che non avveniva invece nella società dell’epoca, dove lasciare dei figli senza la tutela dei genitori significava nella stragrande maggioranza dei casi abbandonarli alla miseria più nera.
 
Ora per noi comprendere a fondo la figura dell’orfano come indigente risulta un po’ difficile, dal momento che una serie di programmi assistenziali messi in atto in quasi tutte le società sviluppate assicurano a un minorenne che dovesse ritrovarsi totalmente privo di parentela almeno un minimo di sussistenza vitale.
Ma è sufficiente andare indietro con la memoria a 50 anni fa, oppure – per chi ancora non c’era – chiedere ai nostri anziani quanti fossero i bambini rimasti orfani per il conflitto mondiale da poco terminato e per la conseguente emigrazione di massa, e i racconti di desolazione e di tristezza legati agli orfani si sprecherebbero.
La memoria andrebbe a quei luoghi – tristemente famosi come orfanotrofi – in cui la tristezza di bambini senza padre e senza madre suscitava immediata tenerezza e compassione, che a volte si traducevano in speranza nel caso venisse avanzata una richiesta di adozione da parte di famiglie senza figli naturali.
L’attesa di una famiglia (all’interno di queste grandi mura) era talmente snervante che molti bambini vedevano passare gli anni ed avvicinarsi la maturità senza aver mai sperimentato il calore di un focolare domestico. Desolazione e tristezza, quindi, in un orfanotrofio, ma anche segni e motivi di speranza e di rinascita, nel momento in cui una famiglia riceve la notizia che la vita di un bambino, del “suo” bambino, continuerà (e si spera felicemente) fuori dalle mura di quel ricovero per fanciulli.
 
Gesù che promette ai discepoli “non vi lascerò orfani” alimenta in loro la speranza che la desolazione (che di lì a poco li avrebbe fatti rinchiudere con sofferenza tra le mura del cenacolo) presto avrebbe lasciato il passo alla gioia: una gioia che non si può contenere e che li lancerà fuori da quel ricovero in cui l’unica opportunità era sperare che nessuno li venisse a prendere.
 
Il tema della speranza ritorna fortemente nelle letture di oggi, e addirittura Pietro ci esorta a essere “sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”.
 
Che cosa significa, per un cristiano, rendere ragione della propria speranza?
 
Che cosa significa per un cristiano la speranza?
 
Che cos’è, in fondo, la speranza?
 
La speranza è la fiduciosa attesa di un bene fortemente desiderato; è quell’atteggiamento (la teologia la definisce “una virtù”) che aiuta l’uomo e la donna a passare da una situazione in cui non si vedono vie d’uscita a un’altra in cui qualsiasi spiraglio può sembrare un’opportunità di riscatto per uscire dal tunnel, dalla grotta oscura scavata dall’esatto contrario della speranza, cioè la disperazione.
 
Possiamo senz’altro dire che la speranza è veramente comune a tutti, forse anche per la sua totale gratuità, dal momento che sperare non costa nulla, e può senza dubbio portare a molto. Già gli antichi filosofi vedevano nella speranza un elemento che ci accumuna tutti: “La speranza è il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora”, diceva Talete cinque secoli prima di Cristo.
Quando poi il messaggio di salvezza del Vangelo si diffonde nel mondo greco prima e occidentale poi, l’elemento filosofico della speranza si arricchisce con quello tipicamente cristiano, quello che ci fa “rendere ragione di ciò di cui speriamo”, ovvero la promessa dell’immortalità a partire dalla Risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Ma neppure la speranza dell’immortalità è qualcosa di specificamente cristiano: molte altre espressioni religiose o filosofiche nel mondo parlano di una vita che prosegue oltre quella terrena.
 
Forse, allora la speranza di cui dobbiamo rendere ragione e che abita nei nostri cuori, è qualcosa d’altro. Senza dubbio, il suo fondamento è l’attesa del Regno che verrà, nella misura in cui, però, la speranza di questo Regno la costruiamo qui, oggi. La speranza cristiana, quella che salva – come ricordava papa Benedetto XVI – “agisce già nel presente, come certezza dell’avvenire e come fiducia che la propria vita non finisce nel vuoto”, ma si apre a una prospettiva infinita, che non termina mai.
E papa Francesco, con l’efficacia e la semplicità delle immagini che lo contraddistinguono, definisce la speranza “la più umile delle tre virtù teologali, perché nella vita non si vede, si nasconde. Tuttavia essa ci trasforma in profondità, così come una donna in dolce attesa è donna, ma è come se si trasformasse perché diventa mamma”.
 
L’umiltà della speranza è quella stessa che Pietro ci ha ricordato nella seconda lettura: non possiamo imporre agli altri la speranza che abbiamo nel cuore, tutto va fatto “con dolcezza, rispetto, e retta coscienza”. Questo può anche provocare sofferenza, perché vivere nella speranza, non è facile…
Ma Pietro ci esorta: “È meglio soffrire operando il bene che operando il male”. Così fu per Cristo, che addirittura fu “messo a morte nel corpo ma reso vivo nello spirito”.
 
Il “trucco” della speranza cristiana, sofferta e umile, è tutto lì: il dono dello Spirito che rende vivo anche ciò che muore. Ma di questo ne riparliamo a Pentecoste.